CONTEMPLAZIONE DEL RISORTO: CAPITOLO 21 DI GIOVANNI – Parte 2

News > Parola > CONTEMPLAZIONE DEL RISORTO: CAPITOLO 21 DI GIOVANNI – Parte 2
24 05 2025

Vangelo 7 -2

Giovanni 21, 12-17

 

Tutto sembra sospeso, pacificato, eppure quotidianamente essenziale, presente, vivo, potente. Si sente l’odore dell’alba, della rugiada sull’erba umida, della terra; si sente il crepitare del fuoco, il profumo del pane cotto e del pesce arrostito; si sente lo sciabordio dell’acqua e l’aria che sfiora i visi. Si percepiscono le parole sussurrate, si entra in una gioia e una calma profonda; si sente il canto degli ultimi uccelli notturni e di quelli che annunciano l’alba. Si vede l’ultima stella cedere il posto alla luce del sole.

Nessun passato, nessun futuro, solo un profondissimo e invisibile presente, si ha l’impressione che ci sia tutto, che sia tutto molto concreto…

Si vede la luce del sole salire piano, si intuiscono gli sguardi, i gesti attenti, i sorrisi stupiti. Una intensa liturgia… Al centro del racconto, un banchetto frugale, ma di intensa e profonda convivialità, organizzato da Gesù per i suoi discepoli per celebrare un ritorno e un addio… Un’eucarestia nella quotidianità…

 

Così, stiamo cercando anche noi di lasciarci attirare nella manifestazione del risorto ai discepoli, secondo il racconto di Giovanni 21.

Fino a che punto desideriamo esserne coinvolti? Osservatori esterni? Discepoli sulla barca con la loro vicenda di pesca? Come Pietro? Come il discepolo amato?

Desidero anch’io un incontro a tu per tu con Gesù risorto, come fece Simon Pietro, che si tuffò per raggiungere al più presto il Signore? Come mi immagino questo incontro?

Desideriamo condividere quella colazione sulla riva del lago, all’inizio di un nuovo giorno, con il pane offerto da Gesù, il pesce da lui arrostito[1] e insieme qualcosa del pesce che abbiamo pescato?

Come viviamo questo pasto di intensa comunione con il Signore risorto?

Quanti spazi per la contemplazione e per gustare un’intensa familiarità e confidenza con il Signore Gesù. È lui che ci rende commensali alla mensa del pasto da lui preparato per noi e intimi del bene che è la sua presenza. Accoglienza, calore, tepore, affetto, amicizia profonda, respiro della vita… È il Signore!

 

Dopo questo intensa sosta contemplativa e di coinvolgimento personale e comunitario (il racconto tiene insieme il cammino dei singoli, in particolare di Pietro e del Discepolo amato, dentro il respiro del cammino ecclesiale, comunitario), facciamo un passo avanti, quel passo che Gesù Risorto fa compiere a Simone dentro la comunità dei fratelli. Il tuffo solitario di Simone (v. 7b) ora diventa un accompagnamento corale della nascita matura di Simone all’amore (15-17). Finito di mangiare, Gesù inizia un dialogo con Simon Pietro:

“Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo) tu più di queste cose?”.

Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo)?”.

Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene (verbo philéo)?”.

Pietro si rattristò che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene (verbo philéo)?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.

Gli rispose Gesù: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

 

Si noti con attenzione il gioco dei verbi greci. La terza volta Gesù non chiede più a Pietro: “Mi ami?” (verbo agapáo), ma, come aveva risposto Pietro per due volte, gli chiede: “Mi vuoi bene?” (verbo philéo). A Gesù basta l’amore umano di Pietro, la sua capacità di volere bene: verrà il giorno – glielo dice subito dopo – in cui Pietro saprà vivere l’amore, l’agápe fino alla fine (eis télos: Gv 13,1), fino al dono della vita nel martirio, ma non ora… Pietro, dal canto suo, appare grande perché umile, perché non pretende di dire: “Io ti amo”, con quell’agápe che scende solo da Dio. C’è qui tutta la grandezza di Pietro, che rinuncia a essere protagonista di quell’amore che solo Dio può donare. Il Pietro che era stato presuntuoso (“Darò la mia vita per te!”: Gv 13,37), il Pietro che era sempre così sicuro ed entusiasta da voler fare più di quanto Gesù gli chiedeva (“Signore, lavami non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”: Gv 13,9), ora è il Pietro maturo spiritualmente, umile perché è stato umiliato, senza pretese, perché ha compreso di essere una roccia fragile, che al primo spirare del vento affondava… Per lui la vita è stata tutta una lezione, ma proprio per questo può essere il pastore di agnelli e di pecore sperdute.

 

Ascoltiamo ancora, in questo contesto, qualche altra riflessione tratta dal commento di sant’Agostino a Gv 21. Riferendosi a Pietro nel suo rapporto con Gesù, Agostino afferma:

Pietro credeva di poter dare la sua vita per Cristo: colui che doveva essere liberato sperava di poter dare la sua vita per il suo liberatore, mentre Cristo era venuto per dare la sua vita per tutti i suoi, tra i quali era anche Pietro… Ora è il momento, Pietro, in cui non devi temere più la morte, perché vivo è colui del quale piangevi la morte, colui al quale, nel tuo amore istintivo, volevi impedire di morire per noi.… Ora che egli ha pagato il prezzo per te, è il momento in cui poi seguire il redentore, e seguirlo senza riserva fino alla morte di croce.

Ma prima il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza, se Pietro gli vuole bene, e da Pietro altrettante volte si sente rispondere che gli vuole bene; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore.

Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d’amore.… Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma a pascere le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno e non il tuo… Non amiamo dunque noi stessi, ma il Signore, e nel pascere le sue pecore, non cerchiamo i nostri interessi, ma i suoi.

 

Quanta intensità di vita viene a suscitare la manifestazione del Signore Risorto. Viene a visitarci nelle nostre reti vuote, ci chiama “figlioli”, è pieno di premura per noi, ha una promessa abbondante per il nostro bisogno, ci invita a mangiare del suo pane, del pesce arrostito, di quello pescato da unire al suo, mentre la pesca rilancia la nostra missione sulla sua parola…È il Signore! Ed è presenza che riempie di bene e d’eternità le nostre esistenze, perché si respira l’amore-dono sulla riva del lago. Ed è il dialogo dell’amore quello a cui ci vuole condurre: se non è, il nostro, un amore di agàpe, almeno un amore di philìa, ma di amore sia per sempre la nostra relazione con lui e tra di noi… Perché, da lui siamo amati così: per lui, siamo tutti discepoli amati. Che possiamo riposare sul petto del Signore Gesù (cfr. Gv 13, 23-25).

 

 

[1] Sant’Agostino introduce a questo proposito un paragone illuminante. Dice: piscis assus, Christus passus, quel pesce arrostito è immagine della passione di Cristo…


CONDIVIDI!