UN TEMPO LITURGICO / UN RACCONTO EVANGELICO GIOVANNI 8, 1-11

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14 02 2026

Itinerario 3 – 3            Giovanni 8, 1-11

“Relicti sunt duo: Misera et Misericordia…”

(Sant’Agostino)

 

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.  Perché si comporta in maniera così strana? I farisei e gli scribi, la folla si fanno avanti e investono Gesù di una questione importante. Tu che ne dici? E lui tace…e, chinato, scarabocchia per terra. Non è serio…! Nei panni di farisei verrebbe da dire: capisci che c’è in gioco la vita di una donna? Noi ti stiamo investendo di una questione così fondamentale… E tu? Zitto, accovacciato per terra, scarabocchi…! Stiamo parlando con te! Ci hai sentiti o fai finta di essere sordo? Gesù sembra alla deriva.  Nei panni dei discepoli, pensiamo: reagisci, digliene quattro, dagli una bella lezione, accusali di ipocrisia, di ingiustizia… Non stare zitto! Sì, certo hai bisogno di difenderti, ma adesso è il momento di difendere il tuo movimento, la tua parola, il tuo insegnamento, il tuo prestigio… Potresti comportarti in tanti modi. Fa’ qualcosa! Tutto tranne essere lì a scarabocchiare per terra. Dai l’impressione che non sai come cavartela e che posizione prendere. Che imbarazzo!

I farisei premono, percepiscono che questa volta hanno Gesù in pugno, insistono nell’interrogarlo. Stanno vincendo: Gesù non riesce più a rispondere. Abbiamo ragione noi. Possiamo una buona volta metterlo con le spalle al muro e schiacciarlo con l’evidenza della verità!

Ma… imprevisto: Gesù si alza. Com’è il suo sguardo? Il testo non ce lo dice. In altre occasioni, abbiamo visto Gesù capace di indignazione, di collera, addirittura. E ora? Sentiamo le sue parole: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”.

Gesù avrà alzato il capo e “sparato” queste parole oppure, alzandosi, avrà guardato in giro uno per uno tutti i presenti e poi avrà detto quelle parole? Prima delle parole, il dialogo degli sguardi: un dialogo con ciascuna delle coscienze che lo attorniano. Ma per dire cosa? La risposta sta non solo nel verbale, ma soprattutto nel non-verbale, nell’intonazione, nella postura, nel tono della voce, nello sguardo, nel gesto… di lui, Gesù. Proviamo a contemplare questo sguardo e udire l’intonazione di queste parole. Nel frattempo, ci accorgiamo che Gesù mentre dice quella frase, introduce una variazione nella procedura della lapidazione. La legge stabiliva che i primi a gettare la pietra e dunque a dare il via a tutti gli altri fossero i testimoni dell’accusa. Si capisce. Se la vostra testimonianza è vera, allora cominciate voi a tirare la pietra, e noi vi seguiamo. Gesù va oltre, scavalca il ruolo dei testimoni, perché chiama ciascuno ad assumersi la responsabilità di essere testimone.

Come Gesù ha detto quelle parole? Vieni, Spirito Santo! Proviamo a fare delle ipotesi, che ci possano aiutare ad avvicinarci alla scena evangelica.

-Indignazione, rimprovero urlato? Gesù in questo modo farebbe appello a parole di giudizio e di condanna: ognuno guardi al suo peccato! Voglio vedere chi avrà il coraggio di farsi avanti e scagliare la pietra per primo…

-Ironia, sarcasmo? Chi di voi… Senza peccato… Sì, certo, certo… Ironia tagliente che condiziona chi la riceve. Sottinteso: vediamo che si fa avanti.

-Noncuranza, fastidio? Fate quello che volete, vedetevela voi, dovreste sapere queste cose… C’è bisogno che chiediate a me? Siete grandi, su! Così la richiesta è banalizzata e la frittata viene rigirata: vi offro, dall’alto della mia coscienza, i termini per risolvere da voi la questione: chi di voi è senza peccato, perché molti di voi possono dire giustamente di esserlo, dunque, vedete voi, tirate le somme… Sì, scagli per primo la pietra… scusate, adesso devo andare.

Problema risolto? Soprattutto, quella donna, Rachele, resta là. Che fine farà?

Quali reazioni avrebbero suscitato queste intonazioni in quella gente? È così, Gesù? L’umanità di Gesù la possiamo conoscere solo per dono dello Spirito. Vieni, Spirito Santo, donami di conoscere l’umanità di Gesù, i suoi sentimenti, il suo modo di essere, di vivere, di amare… Il versetto 8 ci dà un elemento molto utile: E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. C’è continuità nei gesti e nelle parole di Gesù: scrive per terra, alza il capo, dice la sua parola, torna tranquillamente a scrivere per terra. Risultato: Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Cominciando dai più anziani! Importante, questa annotazione: sono quelli che hanno più esperienza della vita e vivono il problema della giustizia in modo meno ideologico, più realistico. Sono loro a cogliere di più la portata delle parole di Gesù. Avviene una cosa straordinaria: come un mare in tempesta che all’improvviso torna calmo e tranquillo. Cosa è stato? Le parole di Gesù hanno avuto tanta efficacia da placare questa situazione tesa e drammatica. Decisivo e determinante è stato come Gesù ha detto quelle parole e, prima ancora, come ha guardato quelle persone. Ciascuno si è sentito condotto dolcemente alla verità di se stesso, senza sentirsi accusato. Gesù ha offerto a ciascuno con mitezza, con amorevolezza, la verità di se stesso, lasciando a ciascuno di accogliere questa verità. Da quelle parole, ciascuno si è sentito amato, compreso, visitato nella coscienza divisa e tormentata dall’esperienza della propria debolezza e del proprio peccato. Quelle parole, un balsamo, una carezza.

Gesù non dice: voglio vedere chi si permette di gettare per primo la pietra, no, perché sarebbe stato negare il problema della giustizia. Sì, il problema c’è. I presenti in questo avvertono Gesù solidale con loro. Non è un eversore, uno contro la legge. Ma scoprono che c’è qualcosa di più. Quella gente ha sentito Gesù dalla parte della giustizia molto più di loro. Ma cosa vi ha detto di nuovo, questo Gesù? Quella mattina, abbiamo cominciato a intuire, in comunione con questo Gesù, che il problema della giustizia è un problema che trascende la giustizia.

Ciò che ci ha disarmato non è stato il suo imporsi. Abbiamo fatto esperienza di verità, una verità guidata dall’amore con cui lui, Gesù, ci ha compresi e amati. In Gesù abbiamo colto che la verità più profonda della giustizia sta in qualcosa di decisivo: la misericordia. Ciascuno ha ritrovato l’ascolto della coscienza, la verità di sé, l’anelito a una giustizia vera, che ha un altro nome: si chiama misericordia.

Misericordia non è buonismo, fare lo sconto, chiudere un occhio o anche tutt’e due, essere meno cattivi… Misericordia è il cuore stesso di Dio, è l’amore suo che ci fa sentire amati, svelando a noi stessi la verità prima e indistruttibile: siamo suoi figli e figlie! Non c’è nessun male, nessun peccato più grande di questa dignità di ogni figlio, una dignità da scoprire o riscoprire. La misericordia è la vera giustizia, perché dona a noi la nostra vera identità, si prende cura che la possiamo scoprire, ci vuole aprire gli occhi e vuole guarirci se abbiamo smarrito la nostra identità dei figli: perché ognuno possa essere per sempre generato alla vita. Questo è e fa la misericordia.

Quella mattina, nel cortile del tempio, come ogni giorno che Gesù ha passato in mezzo a noi, egli aprì quelle persone alla verità e alla giustizia della misericordia, in modo umile, mite, disarmato, pronto a pagare il prezzo del suo servire la misericordia.

Quella mattina, il suo sguardo, la sua parola hanno fatto breccia nei cuori di quella gente. Se ne andarono, ad uno ad uno, pensosi e voluti bene. Tante cose da rivedere. È andata bene, quella volta.

Quando si saranno resi conto della portata della forza della misericordia, allora torneranno e gliela faranno pagare, a quel Gesù.

E lui, pieno di misericordia, accoglierà anche e proprio il loro rifiuto della misericordia, e li amerà sino alla fine. La misericordia è la giustizia di Dio che risplende in Gesù.

Buon ascolto dello Spirito, e buona condivisione! Lasciamoci riconciliare da Gesù con la misericordia del Padre.



Itinerario 3 – 2            Giovanni 8, 1-11

Misericordia e giustizia s’incontreranno…

 

La scorsa settimana, abbiamo contemplato Gesù sul Monte degli Ulivi e il suo appuntamento all’alba nel tempio con coloro che cercano in lui riposo e vita. Come è andata questa contemplazione? Facciamo un passo avanti.

3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Immedesimiamoci.

Immersi in un silenzio intenso: pensosi, ascoltiamo la parola di Gesù. Preghiamo. Condividiamo con lui le risonanze del cuore. E riceviamo da lui la pace per la vita. Lontano si sente un brusio di folla. Via via si fa più forte. Cosa succede a quest’ora del mattino? Un rumore sempre più forte: a un certo punto, arriva una folla scalmanata. Alla testa di questo corteo ci sono personaggi autorevoli, scribi e farisei: stanno andando verso il sinedrio, che si trova nel cortile del tempio. La quiete di questa mattinata è infranta dall’incontro con la realtà: la folla sta andando a chiedere giustizia. A un certo punto, le guide della folla dicono: fermi! E si dirigono verso di noi, ce l’hanno con noi. Cosa vogliono? Ci sentiamo circondati. Si fa silenzio. Prendono la parola: sì, andavamo al sinedrio, ma visto che, tu, maestro, sei qui, riteniamo opportuno sottoporti questo caso. Quale? Portatela avanti. Dalla folla esce una donna, è trascinata e ora viene scaraventata lì, ai piedi di Gesù. Silenzio. Da che parte ci schieriamo? La Legge va applicata. Bisogna prendere posizione. Che facciamo? Pro o contro? Cosa sentiamo nei confronti della folla? Siete severi e cattivi, perché volete la punizione rigorosa di questa donna? Ci accorgiamo che ci risulta difficile rendere conto delle nostre scelte e azioni di fronte alla Legge. Cerchiamo di svicolare. Eppure, questa gente chiama a rendere conto. Io? Non voglio rendere conto a nessuno… Ci accorgiamo che il nostro cuore non è retto nei confronti della giustizia, tendiamo a sfuggire oppure ci facciamo complici della giustizia senza entrare nel merito: per paura e per bisogno di tranquillità… O anche: che grana! Tiriamoci fuori. Se la vedano loro. Tagliamo la corda. Salviamo il quieto vivere. Giustizia? Misericordia? Qual è la nostra posizione? Colpevolisti o innocentisti per partito preso, non per giustizia. Con tutte queste risonanze nel cuore come è possibile cercare veramente la via della giustizia? Ma non ne possiamo fare a meno, non possiamo abdicare alla giustizia. Ora Gesù è davvero nei guai, e insieme con lui anche i suoi discepoli (che oggi saremmo noi).

Questa donna: un oggetto, un numero, chi si occupa di lei? È stata gettata davanti a noi, faccia a terra, intorno la folla, gli scribi e farisei. Singhiozza disperatamente. Trema: dolore, paura e angoscia. Sentiamo compassione di fronte a questo spettacolo? Vorremmo frugare nei suoi sentimenti, chiederle: come sei arrivata qui? Raccontaci la tua storia. Ma non è in condizioni di parlare. In punta di piedi, possiamo provare a intuire qualcosa della sua vicenda. Sono le sei del mattino, e viene portata questa donna da uno dei quartieri della città. È stata colta sul fatto, con il suo compagno. Che vergogna, che umiliazione…! E lui, dov’è? Anche lui dovrebbe essere qui, visto che è stata colta sul fatto… Come è cominciata questa storia? Sei sposata, avrai un po’ meno di trent’anni, i tuoi bambini ormai sono grandicelli. La tua vita coniugale? Una moglie infelice? Che tipo è tuo marito: violento, ubriacone, bonaccione, noioso…? Quando ti sei sposata, credevi nell’amore? Mai e poi mai pensavi che saresti arrivata a questo punto. Poi è cresciuta la solitudine, l’insoddisfazione della vita per non si sa neppure che cosa. Il bisogno di novità, di fronte al tran-tran. Tutta qua, la vita? E un giorno, cara Rachele (ci permettiamo di darti questo nome), è spuntato un certo Joseph, per caso. Si è accesa la fiamma dell’innamoramento e con essa la prospettiva di una vita diversa. Avrai resistito. Eppure, le tue difese sono crollate. Un po’ alla volta. E così vi siete trovati di fronte al fatto compiuto: troppo tardi per tornare indietro. Perché, lo sappiamo, il nostro cuore è ambivalente: respinge la tentazione e al tempo stesso la ricerca. Così è iniziato il gioco dell’amore: rifiuto e inseguimento. Un giorno, via il marito, un segnale convenuto. Quel segnale diventerà il modo di dire sì, via libera, oppure no. Così, Joseph è diventato l’amore della tua vita. E tu, Rachele, sei tornata giovane. Quanto sarà durata questa relazione? Il rischio è diventato grande, eppure questo amore è più forte di loro. La coscienza rimorde. Sentono l’angoscia, ma camminano nel compromesso. Tutto va avanti come se niente fosse. E cresce la sensazione dell’impunità: possiamo fare del male senza averne conseguenze! È pericoloso. Si allentano i freni dell’autocontrollo. Si entra in una doppia vita, un sistema: una facciata convenzionale, conforme alla Legge e dietro quella facciata, il loro segreto. Tutti quanti abbiamo avuto, o abbiamo, esperienze di doppia vita… Joseph e Rachele oramai pensano che non saranno mai scoperti. Invece, arriva un imprevisto e tutto va a rotoli. Scappano, sono inseguiti. Si dicono: moriremo insieme. Nei panni di Rachele, cosa avrei detto a Joseph? Salvati tu… No, non ti lascerò mai! Invece, Joseph è sparito. Arriva la folla e prende Rachele. Joseph non c’è in questa scena, lui, quello per cui Rachele si è giocato tutto. È scappato. È più agile. Ce l’ha fatta. Ma per salvare se stesso l’ha abbandonata. E ora Rachele è sola: lei, la Legge e la lapidazione. Cosa resta dell’amore della tua vita? E per che cosa ti sei giocato tutto? Scribi e farisei concordano: portiamola in sinedrio, in tribunale. Si forma un corteo, per le strade di Gerusalemme. Forse Rachele ha fatto in tempo a prendersi uno scialle per coprirsi il capo e il volto. Un corteo doloroso, per le strade della Città Santa. La gente si rende conto: un’adultera trascinata al sinedrio. Ecco cosa c’è di nuovo, questa mattina, a Gerusalemme. E i genitori di Rachele: nostra figlia… Che tragedia! Il marito? I figli? È la Legge! Nel cortile del tempio, Rachele vive la paura della folla, della condanna, delle pietre, davanti a tutta la città! Desidera morire. Sensi di colpa. Fate in fretta, non ce la faccio più. Ma, c’è questo cambio di traiettoria. Hanno visto Gesù. E l’occasione di chiarire una volta per tutte nel cortile del tempio il problema dell’applicazione della Legge. Dobbiamo essere rigorosi? Oppure più liberali, aggiornando la Legge, guardando allo spirito della Legge? Ma toccando la lettera della Legge non si tocca proprio lo spirito? Diccelo tu!

C’è tutta la consapevolezza della Legge e, al tempo stesso, l’incapacità di metterla veramente in pratica. Ci vorrebbe un nuovo Mosè, un Messia. È comparso Gesù, che annuncia la misericordia. La pratica della Legge ci uccide. Non è il comandamento che ci fa buoni. Qual è la via?

Gesù, ora, cosa dici di fare con una donna come questa?

 



Itinerario 3 – 1            Giovanni 8, 1-11

Misericordia e giustizia s’incontreranno…

 

Cara Comunità, dopo il tempo di Avvento – Natale, ripartiamo con un nuovo itinerario di ascolto. Tra i vangeli di queste domeniche, il Lezionario ci consegna il racconto della donna adultera: Giovanni 8, 1-11. Tralasciamo le questioni introduttive per entrare subito nel “clima” di questo racconto, coglierne il dramma e, soprattutto la buona notizia di ieri come di oggi.

Gesù annuncia e vive la misericordia di Dio per tutti. E la giustizia? È da lui scavalcata, relativizzata? Dove va a finire, la giustizia? E con essa – o senza di essa – dove va a finire la convivenza della società civile?

Viviamo in un mondo pieno di ingiustizie ed è forte nel cuore di tanti l’attesa della giustizia. Una questione seria e complessa. Capiamo che se vogliamo prendere sul serio la misericordia, dobbiamo confrontarci altrettanto seriamente con la sete di giustizia che vibra nel cuore dei popoli e di tanta gente.

Qualcuno forse dirà: appunto! Con tutti i problemi di giustizia -calpestata – di questo mondo ci andiamo ad occupare della storia di una donna adultera?! Tra l’altro, l’adulterio, per quanto faccia male alle persone che lo subiscono e che lo vivono, nella cultura del nostro tempo è sempre più percepito un affare privato, una cosa che può capitare, un peccato non più così grave come era al tempo di Gesù (per stare al racconto) a tal punto da richiedere la lapidazione dei colpevoli, in genere, le donne, perché gli uomini…

Dunque, un racconto, oggi, più marginale? Non lasciamoci fuorviare dalla derubricazione dell’adulterio nella cultura contemporanea: non è questa la questione.

Chiediamo invece allo Spirito Santo di condurci a fissare la nostra attenzione sui gesti, le parole, i silenzi, lo sguardo, la corporeità in azione… di Gesù. Da lui si sprigiona una verità e un dinamismo capace di raggiungerci, toccarci, convertirci, metterci in cammino verso un mondo più giusto e più vero. Vi invito a contemplare, nello Spirito, con tutto noi stessi la presenza, qui e ora, di Gesù.

La nostra contemplazione di lui parte dal contesto di quei giorni di grazia che Gesù passò a Gerusalemme, quell’anno, in occasione della festa di Sukkot o delle Capanne.

Abbiamo bisogno di scorrere con calma un po’ tutto il capitolo 7 del Vangelo di Giovanni. Una pagina piena di tensioni e di sorprese. Gesù non vuole andare Giudea, dove è ricercato per essere ucciso. La sua famiglia allargata fa pressione su di lui perché vada a Gerusalemme, proprio in occasione della festa delle Capanne, per raccogliere, secondo loro, finalmente il riconoscimento che si merita. Gesù però decide di non andare alla festa. Ma a un certo punto, cambia idea e sale a Gerusalemme quasi di nascosto. Intanto, nella Città Santa si facevano grandi discussioni su di lui e si chiedevano dove si trovasse. Alcuni dicevano: è buono! Altri dicevano: no, è un ingannatore! A metà della festa, Gesù rompe ogni indugio e si presenta direttamente nel tempio. Lì si mette a insegnare. Apriti cielo! Che scandalo: lo lasciano fare, i capi non gli dicono nulla… Cercavano di arrestarlo, ma non ci riuscivano. Grande sorpresa, poi, nell’ultimo giorno della festa, perché Gesù nel tempio invita ad andare a lui per bere dell’acqua dello Spirito che egli promette. I capi insistono: arrestatelo! Le guardie ci provano, ma sono affascinati dall’umanità e dalla verità che si sprigionano da lui.  Niente di fatto. Così, ognuno se ne torna a casa sua e Gesù, dopo una giornata molto difficile e piena di rischi, lascia la Città, e con i suoi si reca sul Monte degli Ulivi per trascorrere la notte. Domani, Gesù cosa farà?

Gesù si avviò allora verso il monte degli ulivi…Fermiamoci un po’ anche noi sul Monte degli Ulivi. Lì Gesù e i suoi discepoli hanno il campo-base, quando vengono a Gerusalemme. Immaginiamoci dentro questa compagnia. Immaginiamo questo podere, lì sulla collina, riparato dagli ulivi. In quel luogo si sono un po’ organizzati: una piccola dispensa, una tenda per poter passare la notte, un po’ di legna, l’angolo del fuoco…Lì si possono riposare e stare insieme in comunità. Gesù e i suoi si intrattengono, si raccolgono attorno al fuoco, si scambiano le impressioni della giornata, cantano, passa un orcio con il vino, un po’ di cacio…, chiacchierano tra di loro, pregano, interrogano Gesù sull’andamento della giornata, fanno progetti sulla giornata successiva. Momenti davvero intensi, alla conclusione della giornata. Qualcuno cade dal sonno, altri invece hanno un po’ di domande da rivolgere a Gesù. Finalmente si va a dormire. Poi Gesù – chissà come fa – si ferma da solo a pregare. Immaginiamo che Gesù dopo un po’, a notte fonda, va a dormire. Qualcuno di noi lo sente e gli chiede: Gesù, a quest’ora vieni a dormire? Non mi dire che hai pregato finora. Come farai domani? Non ti preoccupare… Bello stare in questa familiarità di Gesù con i suoi amici. Gesù guidava la sua comunità, accompagnava quelle giornate così intense: tante emozioni, tante risonanze. Qualcuno condivide di essersi vergognato di Gesù, qualcun altro gli raccomanda di non esporsi così tanto… Momenti di intimità preziosi, momenti di pace e di distensione dopo una giornata faticosa, carica della tensione del dissenso, dello scontro, del conflitto, dell’incomprensione, del fraintendimento, dell’equivoco. Ora un momento di pace: ritrovarci finalmente tra di noi in fraternità, senza dovere sostenere lo sguardo di una folla incredula e il giudizio dell’autorità. Poter finalmente respirare della comunione che la presenza di Gesù è capace di suscitare. È un momento di ricarica: si ritrova la chiarezza necessaria per comprendere gli avvenimenti del giorno e la forza per continuare il cammino insieme con lui.

Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli sedutosi li ammaestrava. All’alba! Ma chi te lo fa fare di correre così presto al tempio? L’abbiamo lasciato ieri: c’è mancato poco che ti mettessero le mani addosso, che si scatenasse un parapiglia generale… E ora, all’alba, dove andiamo? Nel cortile del tempio, di nuovo?!

Per prima cosa avranno intonato un salmo. La comunità si sveglia con il canto della preghiera. Contempliamo il risveglio fervoroso, laborioso di questo gruppo di amici. Signore, donaci il gusto di camminare insieme, di ritrovarci compatti e unanimi per fare ciò per cui stiamo insieme, il gusto dell’essere tutti per uno e uno per tutti, il gusto di essere comunità.

Avranno fatto un po’ di ascolto della Parola in silenzio. Gesù introduce la giornata, si fa un po’ di programma. E poi, la discesa a Gerusalemme per raggiungere il primo cortile del tempio.

Gesù ci va per incontrare la gente: sono venuto per questo incontro! Va di buon mattino perché ha un appuntamento. Si è formato un gruppetto, che lo attende: il circolo dell’alba, là in un angolo sotto il portico di Salomone. Gesù saluta le persone, chiede notizie a ciascuno. Queste persone, una composizione di tanti tipi, sono lì perché a loro interessa Gesù. Ciascuno ha una storia da raccontare. Gesù e questa gente si intrattengono sulla vita. Il dialogo con la Parola di Gesù è una scuola di vita, un ascolto straordinario. Anche noi mescoliamoci a questa gente, ascoltiamo Gesù, guardiamo i volti delle persone che partecipano a questo incontro. Gesù ha uno stile originale: un approccio di fraternità, una parola amorevole, ma vera, essenziale. Una parola spicciola e semplice, ma profonda ed assoluta, una parola che cerca il dialogo. Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò…Gesù vuole consolare l’uomo, affaticato e oppresso dal peso dall’ansia della vita e dalla paura della morte, dal peso della Legge. Mite e umile di cuore, alla gente offre riposo, riposo per la vita.

Gesù, manifestazione di Dio, attraverso di lui passa la sua benevolenza, la sua accoglienza incondizionata, una pazienza sconfinata nei confronti dell’uomo, il suo desiderio di dialogare e di andare loro incontro. Momenti di autenticità, di comunione, di fraternità, di benessere: la ricchezza dello stare insieme nella verità e nella comunione. Ecco, all’alba, l’incontro che Gesù offre nel tempio a chi ha sete di riposo e di vita.


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