UN TEMPO LITURGICO / UN RACCONTO EVANGELICO – A CONCLUSIONE DEGLI ITINERARI DI ASCOLTO 25-26

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26 • 03 • 2026

A CONCLUSIONE DEGLI ITINERARI DI ASCOLTO 2025

 

Diversi itinerari… ci hanno portato alla buona notizia!

Cara comunità, qualche parola per ripercorrere e raccogliere alcuni spunti dall’ascolto del Vangelo in questo 2025-26. Mi riferisco soprattutto agli Itinerari mensili del Vangelo. Ecco quanto proposto:

  1. Mt 13, 44-52
  2. Mt 25, 31-46
    Mt 25, 1-13
  3. Il cammino di Maria: la “preistoria” di Maria; il concepimento e la nascita verginale di Gesù
  4. Gv 8, 1-11: Gesù e la donna delle pietre
  5. Pietro e la Pasqua di Gesù, la consegna dell’amore crocifisso:
    Gv 13,1-9
    Mt 26, 30-35
    Mt 26, 36-45
    Mt 26, 65-75
    Lc 22, 60b-62
  6. Pietro e l’incontro con Gesù Risorto:
    Lc 24, 1-11
    Lc 24, 12
    Lc 24, 34-35
    Risonanze dai gruppi di ascolto
    Lc 24, 36-49
    Conclusione: la Buona Notizia di Gesù morto e risorto

Dobbiamo andare a vedere i passi indicati? Sempre utile una personale familiarità con la Bibbia… Ma, facciamo memoria dell’ascolto proposto attraverso qualche riferimento sintetico:

Itinerario 1: il nostro lezionario, nelle domeniche di ottobre, ci consegna (nei 3 anni liturgici) il testo fondamentale di Matteo 13: le parabole del Regno. Nelle tracce inviate a ottobre ‘23, ‘24 e ‘25 trovate un indice puntato sull’importanza di Mt 13: per prendere confidenza, attraverso “l’intelligenza” profonda e unica di Gesù, circa l’annuncio sul Regno. Lo sguardo rivolto al Regno è fondamentale per una Comunità che s’interroga sul senso del proprio camminare in questo mondo.

Sosta: celebrazione penitenziale comunitaria sulle 7 Lettere alle 7 Chiese: Apocalisse 1-3 [1]

Itinerario 2: il lezionario ambrosiano ci porta anche all’altro grande passaggio in parabole prima della passione: il capitolo 25 di Matteo. Ci siamo lasciati interpellare dalla scena del giudizio e dalla parabola delle 10 ragazze, sulla quale ci siamo maggiormente soffermati.  Tanti aspetti: saggezza/stoltezza in questo mondo; il tempo e l’attesa del Signore; in cammino per le nozze… Come una comunità attende (o attende poco) il Signore, lo Sposo?

Sosta: traccia di esame di confronto spirituale e penitenziale sulla parabola delle 10 ragazze.

Itinerario 3: il lezionario dell’Avvento ci fa incontrare nuovamente con la vicenda di una giovane ragazza di nome Maria, vergine dell’attesa e madre di speranza per tutta l’umanità. Lasciarsi “raccontare” da lei la sua storia in Dio è un soffio di sapienza, di allegrezza, di bellezza, di coraggio, di fede e di consegna nell’amore di cui abbiamo urgente bisogno.

Sosta: celebrazione e traccia penitenziale alla luce del cammino di Maria

Intervallo: nel mese di gennaio, ho invitato, in occasione dell’annuale domenica della Parola di Dio, a fare un’importante rilettura dei vari passaggi promossi, in circa 7 anni, dalla pastorale della Parola e dell’ascolto nella nostra Comunità pastorale. Probabilmente, come la maggior parte di questi interventi, sarà scivolata via. Ma colgo questa occasione per ribadire l’importanza di quell’intervento: passi di un cammino…

Itinerario 4: il nostro lezionario ci consegna storie emblematiche e straordinarie degli incontri di Gesù e del suo essere presenza della Buona Notizia. Quest’anno ci siamo imbattuti nella vicenda, difficile e problematica, dell’incontro tra Gesù e l’adultera, quella che qualcuno ha chiamato la donna delle pietre. Potevamo leggere con la solita postura che spesso accompagna noi credenti “di lungo corso” (la so già questa storia, cosa ha ancora da dire, la morale è sempre quella…) un racconto di questo calibro?

Ho provato a far intuire il contesto, le problematiche, il coraggio della verità e dell’amore di Gesù, le relazioni e i fallimenti (le nostre famiglie custodiscono tante storie e tante crisi dell’amore umano), quale giustizia a partire dalla misericordia, come ricostruire un futuro… Cose serie per una Comunità che non si vuole girare dall’altra parte, ma si propone di stare nel concreto della vita delle persone. Andiamo da Gesù: ci farà conoscere la vicenda della donna delle pietre. Se avete queste tracce, riprendetele per un confronto “spirituale” di questo racconto evangelico.

Sosta: celebrazione comunitaria di ingresso nel cammino dei 40 giorni alla luce di Tra voi però non è così (Mc 10, 41-45)

Itinerario 5: dopo due anni dedicati, nel tempo di Quaresima, alla Passione di Gesù (nel 24, Mt 26; nel 25, Mt 27), c’era bisogno di raccogliere e di accogliere in essi la Buona Notizia della passione, morte e risurrezione di Gesù. L’esperienza anche di questi ultimi anni ha attestato che il sostare sul racconto della Passione, se non è illuminato dalla Buona Notizia che la morte e risurrezione di Gesù annunciano, porta ogni volta a confermarsi sulla lettura negativa, interrogativa e problematica del senso della morte di Gesù. Quante volte sono ritornati interrogativi che mettevano in discussione l’utilità della Croce, l’insensatezza e inconcludenza di questa via a fronte dei problemi dell’umanità… Abbiamo dato la parola al discepolo Pietro nel suo confronto con la passione di Gesù: ha rappresentato al meglio la nostra incomprensione e il nostro scandalo e rifiuto. Ecco l’itinerario 5… rileggetelo così…

Sosta: celebrazione penitenziale alla luce del racconto del Getsemani: lo Spirito è pronto, la carne è debole.

Itinerario 6: Gesù, il Crocifisso, è risuscitato per riprendere tutti questi fili interrotti e condurre amorevolmente all’incontro con la Buona Notizia attestata dal suo morire e risorgere. Il Risorto, il Vivente ha condotto Pietro e gli altri all’incontro con la Buona Notizia dell’Amore-crocifisso. È stato, ce ne siamo accorti anche noi, laborioso per Gesù aprire il cuore dei discepoli alla speranza e condurli nello Spirito alla resa alla Buona Notizia dell’amore gratuito. Per questo, immergetevi nel cammino di Luca 24!

Conclusione: una comunità istruita da Gesù sulle prospettive del Regno, che si dispone all’attesa di questo Regno, che trova in Maria la donna dell’attesa e la madre della speranza, che si interroga sulla giustizia del Regno, nutre con Pietro un forte bisogno di realizzazione di tutto questo…Ecco: arriva il fallimento e l’insuccesso della morte di Gesù e la difficile accettazione della sua risurrezione, proprio come inizio del compimento del Regno, secondo la via del Padre. Loro, quella Comunità, quel cammino, l’hanno vissuto con Gesù. E per noi può essere diverso? Quando e come ci arrenderemo alla Buona Notizia? Quando metterà radici in noi, allora… usciremo, racconteremo, condivideremo con chi il Signore metterà sul nostro cammino. Gli itinerari 25-26, messi insieme, possono diventare itinerario di una Comunità che si lascia portare dallo Spirito, oggi, sulle vie e sui passi del Signore Gesù.

Per quanto mi riguarda, resto sempre disponibile a dialogare con chi desidera riprendere questo cammino sulla Parola del Signore. Buona continuazione dell’ascolto della voce dello Spirito!

[1] Oltre a queste soste di celebrazione della Riconciliazione alla luce della Parola ascoltata, abbiamo riproposto le domeniche comunitarie di ottobre, dicembre, gennaio, marzo come occasione di raccolta e di condivisione della vita alla luce dei vari itinerari.

 



UN TEMPO LITURGICO / UN RACCONTO EVANGELICO

Itinerario Vangelo 5 – 5       

Gesù morto e risorto, la Buona Notizia di Dio per il mondo

 

Con la liturgia siamo a Pentecoste, il vertice del tempo pasquale. Ma noi come giungiamo a questa rinnovata festa del dono dello Spirito, dal punto di vista personale e da quello comunitario? Mettiamoci in ascolto dello Spirito che parla nei nostri cuori.

In queste settimane di Pasqua, mi sono sentito invitato a proporre alla comunità di sostare e di confrontarci con il capitolo 24 del Vangelo di Luca, capitolo che narra gli incontri con il Risorto, tenendo d’occhio il cammino di Pietro e, insieme con lui, degli altri discepoli. L’evangelista Luca ci ha narrato che il venire del Risorto in mezzo alla comunità è stato laborioso, paziente, coraggioso, pronto a consegnarsi ancora una volta nelle mani dei suoi amici…

Una lunga giornata, per così dire, dall’alba a notte fonda, verso un nuovo giorno: incontri, situazioni, colpi di scena, sentimenti, resistenze, paure, intraprendenza del Risorto, memoria, contemplazione, rilettura della Scrittura, sintesi di tutto il cammino della storia della salvezza e anche apertura alla missione futura, visitata dal seme fecondo della buona notizia e dalla promessa dello Spirito Santo.

Questi ed altri passaggi: un dinamismo mozzafiato, straordinario, incalzante, pieno di vita. Un grande, lungo, interminabile giorno, il “giorno” del Risorto! Vi ritrovate?

Nell’arco di questo tempo, ho vissuto, ogni settimana, mediamente 5-6 incontri con gruppi in ascolto di Luca 24. Quanti confronti, domande, sensibilità, vissuti…! Per me quasi una full immersion nell’ascolto comunitario di questa grande pagina di Lc 24. Molta grazia, insieme a continue sollecitazioni e a interrogativi, ben più grandi delle mie forze: soprattutto compito dello Spirito, che parla al cuore di ciascuno. È stato, per me, un ascolto prolungato del Popolo del Signore. Sarebbe bello trovare qualcuno, una piccola équipe spirituale e pastorale, con cui condividere questo prolungato confronto. Sarebbe bello… chissà… lo Spirito qualcosa tirerà fuori.

Sento di dire qualche parola di conclusione del tutto provvisoria, che mi spinge ancora una volta verso la Buona Notizia di Gesù morto e risorto.

  1. Ritorno sulle tante domande che ho raccolto. Lontano dall’essere riuscito a farmene carico in un modo soddisfacente (occorrono tempi e modi adeguati a un accompagnamento nello Spirito), sono lieto però che le molte domande che di fatto albergano nei cuori e nelle menti, almeno in una certa misura, siano emerse: sono state tematizzate, condivise e, dunque, affidate al circuito dell’ascolto, appunto, e della condivisione. Ecco perché siamo comunità: anzitutto, per ascoltarci e per condividere nel Signore le nostre inquietudini e i nostri cammini

  2. Un altro passaggio vissuto, anche se ancora iniziale, è il passaggio dalla enunciazione scontata – sì, Gesù è morto e risorto – all’intuizione di un senso profondo, tutto da esplorare per attingerne luce e vita. L’immersione nel vivo dei racconti evangelici, scoperti e riscoperti, danno davvero fondamento e luce alle nostre sintesi catechetiche e teologiche già confezionate e pronte all’uso, ma che suonano come ripetizioni piuttosto prive di vita. L’ascolto partecipe della Parola del Vangelo ci apre a intuire lo spessore straordinario dell’annuncio cristiano, tutto da scoprire…

  3. Dimorare con Gesù morto e risorto – ce ne stiamo accorgendo – libera dalla preoccupazione immediata del che cosa devo fare… È la scoperta di sentirsi invitati a riposare, a rimanere con lui, a guardare il suo volto, le sue mani, i suoi piedi, a toccare la sua presenza, a gustare la sua pace, a ricevere la sua accoglienza, a sentire il suo respiro e il battito del suo cuore, ad ammirare la sua bellezza e la sua gloria di Risorto, ad attingere alla vita straordinaria che si sprigiona da lui, da ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo silenzio, in una parola, a lasciarsi amare… Quanto è trasformante questo contatto con la gratuità dell’Amore che passa attraverso Gesù morto e risorto: la sua pace ci riconcilia, le sue ferite ci guariscono, il suo Spirito ci fa vivere, la sua luce ci fa camminare, la sua speranza ci rimette in piedi, la sua forza d’amare che viene da lui ci dona il coraggio di vivere e di andare incontro alla vita, pur in mezzo a tante difficoltà e incertezze.

Per mezzo di lui, con lui, in lui, siamo salvati, cioè umanizzati, liberati dalla paura e ricolmati della gioia dell’amore. Lo Spirito imprime e fa crescere in noi Gesù morto e risorto.

Ed è per questo che mi sento ancora una volta di condividere con te, cara amica, caro amico, una parola che è promessa di vita:

la buona notizia, concreta, reale, per questo mondo, ci raggiunge attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, il segno che il Padre di Gesù ha piantato per sempre nel cammino dell’umanità. Questo segno inequivocabile proclama che esiste la gratuità, esiste l’amore gratuito. Speranza per la vita di tutti.

Questo amore gratuito, amore-crocifisso, attesta l’eterna passione di Dio per la vita delle sue creature. Ama da sempre e amerà per sempre. È sempre pronto a dare la vita, a consegnarsi da capo nelle nostre mani, perché ogni uomo possa conoscere l’amore con il quale siamo amati. Non spiega. Non fa discorsi. Non deve dimostrare niente. Esiste – la Croce di Gesù è lì – si consegna e ama perdutamente. Un amore così libera chi lo incontra e l’accoglie dal potere della paura e della morte, che ci rende nemici gli uni degli altri. È l’energia segreta dell’universo, è il cuore che batte senza mai fermarsi per sprigionare nel mondo bene su bene, compassione dopo compassione, libertà di camminare nell’amore per generare e far crescere continuamente la vita.

Dalla croce e dalla morte di Gesù si è sprigionata per sempre una forte e potente capacità di bene e di vita, che non c’entra niente con l’amore come lo conosciamo noi, basato sul merito. Tutt’altra cosa, veramente gratuito: lui, Gesù, nel suo consegnarsi fino alla morte, ha cercato e amato chiunque per lui stesso, disinteressato, senza attesa di ricompensa, semplice, schietto, trasparente. Non possedeva nessuno, sollecito e premuroso nei confronti del dolore e del bisogno di essere amato di ogni uomo, senza calcoli, capace di rispettare, promuovere e servire la libertà di ciascuno. Un servizio alla libertà, anche a costo della propria vita, leale, generoso oltre ogni misura, suscitatore di comunione e di pace.

Attraverso il morire di Gesù, il torrente di una volontà di bene sovrabbondante, immensamente generosa e senza condizione, si è riversato per sempre nel mondo. A fondo perduto, una gratuità fatta persona, disposta a dare la vita, anche inutilmente, a sprecarsi, sì, a sprecarsi, non una volta, ma sempre e per sempre, una gratuità folle, della follia dell’amore che è Dio, un amore- crocifisso. Non perché ama la morte, ma perché ama sempre, e per sua scelta, la vita, fino a dare – per la vita – la vita. E’ un amore risorto, l’amore-crocefisso!

Poteva scomparire la forza di un amore capace di perdersi attraverso la morte in favore della vita, fino a mettere, al servizio della vita, la morte stessa? Poteva mai scomparire un amore che era il coraggio stesso di vivere e di morire per amore della vita? Poteva mai scomparire un amore, pronto a servirsi della morte per servire la vita? Un amore per il quale vivere era perdersi e perdersi vivere. Il morire di Gesù è la libertà di perdersi in continuazione e senza riserve per la vita. Ciò che non muore mai non è ciò che non muore, ma ciò che muore sempre, perché si perde sempre. La pienezza della vita dunque è l’assoluta radicale libertà di perdersi dell’amore. Ciò che non muore mai è l’amore che muore sempre, perché si perde sempre, perché così ha scelto di essere e quindi di fare una volta per tutte, ossia il suo essere amore-crocifisso. Grazie, Signore Gesù!  



UN TEMPO LITURGICO / UN RACCONTO EVANGELICO

Itinerario Vangelo 5 – 4        

Gesù Risorto incontra i suoi amici

Gesù in persona si manifesta in mezzo a loro. Perché in mezzo a loro? Perché il suo compito è stare in mezzo, morire in mezzo: morire in mezzo ai due malfattori, morire in mezzo a Caino e Abele, morire nel cuore di un’umanità divisa, in guerra, in cui il fratello uccide il fratello. Il ruolo di Gesù è di stare in mezzo per prenderle da tutti,  morire per mano di tutti e per il bene di tutti, morire per mano di ciascuno e per il bene di ciascuno. E, nella pazienza, portare il peso della morte degli uomini, affinché gli uomini che conoscono l’amore, attingano alla presenza e alla forza di Gesù in mezzo a noi, per imparare a vivere.

Pace a voi! La presenza di Gesù in mezzo ai suoi è il dono della pace per chi l’accoglie. Dice Gesù: “Sono la vostra pace. La mia passione è la vostra riconciliazione con tutto ciò con cui siete in guerra. Io sono la ricomposizione della vostra esistenza con la vita e con la morte. È per questo che sono morto ed è per questo che sono risorto, per mettere a vostra disposizione il dono di questa pace”. La comunità è preparata (le donne, Pietro, i due di Emmaus…) a ricevere la manifestazione di Gesù, ma non per questo è capace di accoglierlo. “Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma”. Un fantasma! Che cosa c’è dietro questa percezione? Che, per quanto la coscienza di un uomo possa essere preparata ad incontrarsi personalmente con Gesù risorto, quando questo momento arriva, si accorge di non essere affatto disposta ad accoglierlo. Perché questa difficoltà a prendere atto realisticamente della presenza di Gesù risorto? Un fantasma…Perché Gesù risorto fa problema; meglio un fantasma che Gesù risorto! Avere a che fare con Gesù risorto significa rivalutare la sua morte, ricominciare tutto da capo e riconoscere che non abbiamo capito nulla; riconoscere che di Gesù, delle sue scelte, della sua morte, non abbiamo capito nulla e finalmente riconoscere – questo è il trauma più grosso – che di Dio non abbiamo mai capito nulla. Il trauma dell’incontro con Gesù risorto sta proprio qui: nella scoperta che Dio è così diverso da ogni aspettativa dell’uomo. Un travaglio così laborioso per la coscienza dell’uomo, per cui Gesù risorto deve essere un fantasma, perché, se è un fantasma, la mia coscienza si adagia nella sua morte, ma se quello non è un fantasma, allora io sono chiamato ad una risurrezione. Gesù, ti fa piacere sentirti etichettato, liquidato, con la definizione di fantasma? Gesù, ma non ti sei arrabbiato in quel momento?  “No, non mi sono arrabbiato, perché conosco il cuore dell’uomo. Il cuore dell’uomo ha bisogno di difendersi dalla vita, tanto è complice della morte. Ho tanto atteso questo momento, sono vissuto per questo, sono morto per questo, ho giocato tutta la mia vita per questo momento, per offrire ai miei il dono di questa pace e la risposta, l’accoglienza è: “È un fantasma”!

La vicenda della passione e della risurrezione di Gesù è soltanto l’inizio, nella storia, di un’esperienza continua ed eterna di passione, morte e risurrezione. Per questo noi, quando celebriamo l’Eucaristia, diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, e la tua risurrezione”, non la morte e la risurrezione di allora, ma quelle di adesso, perché ancora oggi, caro Gesù, in mezzo a noi tu sei un fantasma, perché con la tua croce non vogliamo avere niente a che fare, perché strumentalizziamo la tua risurrezione, perché di lasciarci amare da te il nostro cuore non ne vuole sapere.

Gesù, qual è stata l’esperienza più grande di svuotamento che tu hai avuto? L’ incarnazione? L’annichilimento della tua identità sulla croce? Alla fine di tanto cammino al servizio dell’uomo, quando i tuoi amici, quelli che hanno mangiato, bevuto, dormito, vissuto, camminato per tre anni insieme con te, tirano fuori: “È un fantasma”. Quanta fatica perché la gioia si faccia largo nel cuore dell’uomo!

Qual è l’atteggiamento di Gesù? Ancora una volta la pazienza. Gesù, nella sua pazienza, mostra le sue credenziali, i segni delle ferite, le mani e i piedi. Che cosa può persuadere il cuore dell’uomo e invogliarlo al riconoscimento e all’accoglienza del dono? Capite qual è la portata della questione? Se Gesù è Gesù risorto, è una cosa, e allora cambia il senso della vita; ma se Gesù è il fantasma, le cose restano come stanno. E io voglio che le cose restino come stanno, non voglio rinascere, tale è la mia paura di cominciare a vivere, sia pure di dono, anzi proprio di dono. Gesù deve essere un fantasma, perché le cose restino così come stanno! “Come, non ti disperavi per la situazione?” “Sì, certo, mi disperavo e continuerò a disperarmi, ma è questo quello che voglio: continuare a disperarmi”.

Dunque, cos’è che può toccare il cuore dell’uomo, se non il trovarsi l’uomo, come Pietro nell’incontro con Gesù, a tu per tu con la passione di Gesù?  Gesù, insegnami a contemplare questa tua infinita pazienza.

La mia pazienza è una pazienza di breve durata, in funzione della liberazione del fardello che porto sulle spalle. La mia misura è in funzione dell’impazienza. La tua pazienza, Gesù, è in funzione proprio della pazienza; il tuo ruolo è quello di essere infinitamente paziente. Una pazienza senza misura. Gesù, insegnami a contemplare questa tua infinita pazienza.

Così Gesù, nell’esercizio della sua pazienza, dialoga con la comunità. Un fantasma che parla! Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Dubbi, dubbi… Perché sorgono proprio adesso? Perché il cuore resiste al dono. C’è qui un termine caratteristico: dialoghismoi. Il momento dell’incontro con Gesù, la sua passione, la sua risurrezione, è il momento del dialoghismos, ossia il mio retrobottega mentale, il ritornello assillante che non mi lascia mai, che mi tarla la mente ed il cuore, che si potrebbe definire sospetto, diffidenza, ipercritica, spirito ipercritico. L’etimologia di dialoghismos (dià-lego) dà l’idea del dialogo, ma del dialogo fra chi? È il dialogo occulto fra me e me stesso, è quel continuo stare lì, io e me stesso, io e i miei pensieri più profondi, più reconditi della mia coscienza, pensieri che spesso non oggettivo, non dico a nessuno.

Questo dovrebbe essere il momento del riconoscimento, il momento della chiarezza, il momento della gioia, di una comunità che si apre all’accoglienza della Buona Notizia: invece è il momento del dialoghismos, del turbamento, dell’inquietudine e del subbuglio della coscienza, il momento del pensiero contorto, della contorsione dell’intelligenza e del cuore. “Pace a voi”. Gesù, quanto ti costa portare questa pace agli uomini! Quando sei vivo, muori; quando sei morto, sei morto; quando sei risorto, ricominci a morire un’altra volta. Gesù, qual è lo strumento di cui disponi? Di che cosa si serve la Buona Notizia? La pazienza e le ferite: “Toccatemi, guardate, vedete”. L’unico strumento dell’infinita sapienza di Dio è la testimonianza della croce. “Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano…” Ecco che, di fronte alla testimonianza inerme e disarmata della Buona Notizia, qualcosa si muove nel cuore: comincia a filtrare la gioia, ed è una gioia grande, però non è sufficiente a che la comunità si consegni al dono che le viene offerto. Ancora non si fidano, hanno nostalgia del fantasma, hanno paura di abbandonarsi alla promessa di quel dono. Gesù, dopo aver testimoniato la sua passione, formula un’altra proposta: “Avete qui qualche cosa da mangiare?” “Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Al di là di questo realismo, Gesù chiama i suoi alla condivisione. Ha offerto la condivisione della pace e non se la prendono, ha offerto la condivisione della Buona Notizia e non se la prendono, ha offerto la condivisione della sua gioia e non se la prendono. Gesù chiede “Datemi voi qualcosa di vostro. Tutto quello che vi offro, il senso stesso della mia vita, del mio impegno in questo mondo, non vi trova disponibili. Allora chiedo io qualche cosa a voi, pur di entrare in comunione con voi”. Gesù mangia sotto i loro occhi. Lo scrutano, lo spiano, e mentre lo vedono mangiare, lì tranquillo, ecco che la morsa dei dialoghismoi si allenta e il cuore dei discepoli si rinfranca, riprende coraggio, prende confidenza. Attraverso questo spiraglio, l’uomo che ha accettato di condividere qualcosa del suo quotidiano con l’infinito tesoro del dono di Dio, ecco che si degna d’aprirsi, per accogliere la proposta di condivisione da parte di Dio dell’infinito tesoro del suo dono. 



UN TEMPO LITURGICO / UN RACCONTO EVANGELICO

Itinerario Vangelo 5 – 3        

Ascoltando ascoltando, nella luce della Parola…

Gesù Risorto incontra Pietro, Pietro si apre all’incontro con Gesù Risorto. L’iniziativa nella nostra vita, ricordiamocelo per il cammino, è sempre la sua. Nella sua fedeltà e pazienza, l’esistenza di ciascuno si può aprire liberamente all’incontro con la Vita vera e con la speranza.

Non è facile immaginare nella nostra umanità l’incontro con il Risorto. È dono dello Spirito! Il consiglio spirituale da seguire è questo: dedicarci a contemplare la Passione del Signore ci aprirà, per dono, all’esperienza del Risorto.

Sostare in ascolto dei Vangeli della Resurrezione (Marco 16, Matteo 28, Luca 24 e Atti 1, Giovanni 20-21) “produce” (l’ascolto della Parola è performante), modella e nutre in noi la relazione con il Vivente, con il Crocifisso Risorto.

In queste settimane del Tempo Pasquale, nell’ascolto comunitario del martedì e del venerdì, stiamo ripercorrendo, guarda caso, il cammino post pasquale di Pietro, alla luce di Luca 24. In semplicità e verità, mettiamo in comune qualche passo della nostra rinnovata ricerca di credenti, sensibili sia all’esperienza di Pietro sia al vivere, oggi, la stessa esperienza di dono vissuta da lui. Per noi e per gli altri.

Dai “lavori in corso” (quindi in itinere, non ancora alla meta, c’è sempre posto per chi desidera aggregarsi all’impresa) vorrei ricavare qualche breve risonanza, se può essere utile anche a voi che leggete questa traccia.

Già…, l’incontro tra Gesù Risorto e Pietro…

Un’amica diceva: sarà stato come quello con Maria di Magdala. Gesù si presenta a Pietro e lo chiama per nome. Poi gli mostra i segni delle ferite alle mani, ai piedi. Scatenano una tempesta in Pietro. Però, io, nei panni di Pietro, a questo punto sentirei il forte bisogno di chiedere a Gesù: ‘…ma perché tutto questo? Che senso ha? Perché hai dovuto fare questa fine? Alla fine, hai sofferto tantissimo, ti sei consegnato. Nella prima risposta di Pietro, più che crederci, è ancora proprio un chiedergli perché: che senso aveva tutto questo? Perché doveva avvenire questo? Perché dovevi andare fino a questo punto? Chi te l’ha fatto fare?

Un’altra amica, invece, coglieva che era Gesù, lui, a parlare a Pietro, a farsi avanti quasi come per fare una “catechesi” utile a mettere a punto le vicende. Più o meno, seguendo il filo di questa riflessione, Gesù gli diceva: ‘Vengo a spiegarti, cioè vengo a cercare di farti capire cosa stai provando tu e come e perché io sono arrivato a fare questa scelta e a morire in questo modo. Perché capisco che tu, Pietro, sei stato con me tanto tempo, mi hai voluto bene, hai un carattere molto sicuro di te e, per il tuo volermi, non volevi accettare di perdermi, non volevi accettare che io andassi incontro alla morte: tu, anche dal tuo punto di vista egoistico, non volevi perdermi. Mi volevi bene, però è una cosa che io ho deciso di fare, ho dovuto farla proprio per dimostrare il forte amore che ho per voi… Così Gesù spiega il perché è arrivato ad accettare di morire in quel modo, di dare questo scandalo, di mettere tutti quanti in crisi per questa sua scelta, ma è proprio dal fatto che lui riesce a risorgere, è da lì che deve venire la fede: dovete credere in me, dovete capire.

Un altro ricordava lo sguardo di Gesù a Pietro: Simone ci hai ripensato? Ci sei ritornato sopra? Ti fai ispirare da quello sguardo o è stato fugace? Hai davvero tagliato, ti sei sottratto a quello sguardo? Forse, capiamo, che ti serve ora qualcosa di più di quello sguardo…

Un amico ha constatato che la morte di Gesù è stata per Pietro la distruzione di un sogno, di un’aspettativa di liberazione dall’oppressione, dalla schiavitù. Ci aspettavamo un Messia che ci liberasse dalla schiavitù, almeno come Mosè, cioè un leader vittorioso, non uno che muore in croce…Ora se lo ritrova vivo. Sarebbe stato più semplice se fosse rimasto morto. Visto il fallimento della speranza riposta in quel Messia che Gesù non ha accettato di essere, se lui restava morto, la questione si poteva chiudere e si poteva cominciare a voltare pagina. Invece: eccoti qua, Vivente. Niente libertà sperata, ma un altro tipo di liberazione. Così ci troviamo impreparati: cosa significa questa liberazione? Cosa vuoi da noi? Cosa dobbiamo fare? Ora c’è una nuova evidenza: tu hai vinto la morte. Non hai sconfitto i romani, non hai debellato la nostra schiavitù, invece hai vinto la morte. Ci dobbiamo confrontare con questo nuovo punto di partenza, completamente diverso, come dire un nuovo discorso, una nuova catechesi. Peccato che i Vangeli si siano diffusi ampiamente sulla prima catechesi, cioè tutto quanto Gesù ha detto prima della morte e risurrezione… Nei Vangeli lo spazio dedicato alla risurrezione proporzionalmente è piuttosto breve. Pochi capitoli rispetto a tutto il resto. Cosa farne di questo incontro con te, con questa tua nuova prospettiva?

Un’altra persona, osservando il vuoto di narrazione riguardo al fatto di questo incontro, rifletteva ad alta voce: mi viene da dire: forse non è stato raccontato niente, perché non si sono detti molto: ‘Ti voglio bene, basta, sto qui e pensa, prendi posizione come vuoi rispetto al fatto che io sono qui. Sono qui perché ti voglio bene’. Semplicemente, un atto d’amore, da parte di Gesù. E Pietro: ok, adesso faccio i conti con me stesso. Pietro, nella sua libertà, ha dovuto scegliere ancora una volta da che parte stare, come ricevere l’amore di Gesù, come andare avanti semplicemente entrando in questa relazione d’amore.

Un altro amico diceva: ho bisogno di stare in preghiera sia per immaginare il colloquio di Gesù con Pietro sia per raccontare, oggi, in questo mondo, agli altri, Gesù Risorto! Siamo impreparati! Soprattutto per andare a raccontare Gesù è Risorto!

La voce di un’altra amica narrava: mi immagino, in un luogo intimo, un incontro a tu per tu. Per Pietro quell’incontro è stato passare da un grande imbarazzo (vedi tutte le vicende di quei giorni) a una grande gioia. Gesù non parla, è felice di rivedere l’amico. Attraversata la fatica dell’imbarazzo, Pietro riesce a vedere nello sguardo di Gesù occhi luminosi che gli stanno dicendo: non avere paura, il mio è un amore incondizionato. Riprendiamo insieme, ripartiamo. Ti abbraccio e continuiamo la strada insieme. Tutto ciò, emozione dopo emozione, porta Pietro alla trasformazione della sua vita.

Ecco alcuni spunti, così come sono stati condivisi, in       attesa di un ulteriore discernimento.  

Vedi. La Parola, lo Spirito, fratelli e sorelle che condividono il Vangelo: i racconti sprigionano la loro vitalità, emergono le domande e la ricerca, diventa preziosa la presenza degli altri… il Risorto, così, lo percepiamo in cammino con noi. Cresciamo nella speranza e, inavvertitamente, lo Spirito ci prepara alla missione. Interessa anche a te?

 



Itinerario Vangelo 5 – 2        

Pietro e Gesù Risorto

In queste settimane, in compagnia di Pietro, stiamo cercando di sostare un po’ nel Cenacolo per chiedere allo Spirito del Risorto di contemplare il vissuto dei discepoli nei giorni successivi alla morte in croce di Gesù.

Il primo giorno dopo il sabato, all’inizio della nuova settimana, arrivano dal sepolcro le donne con il loro annuncio sconvolgente, ma nessuno le prende sul serio e non c’è chi è disposto a dare fiducia ai loro racconti.

Nemmeno l’andata al sepolcro di Pietro e il suo ritorno, che pure sono una conferma del sepolcro vuoto e del modo con il quale sono stati lasciati “i teli” che avvolgevano Gesù, hanno portato a un cambiamento significativo. Anzi, quello stesso giorno, due discepoli decidono di lasciare la comunità: se ne vanno tristi, delusi, senza speranza. Gli altri cosa faranno? Probabilmente è solo questione di tempo: un po’ alla volta, se ne andranno alle loro case e alle loro vite di un tempo. Sono sospesi tra un passato difficile da chiudere e qualche spiraglio tutto da decifrare: il sepolcro vuoto, il racconto delle donne, la testimonianza del discepolo amato che cerca di farsi strada dentro un clima generale pesante e incapace di andare oltre la propria desolazione e la propria lettura a senso unico…

Dalla sapienza del Signore viene donata e realizzata una catena di mediazioni per accompagnare i discepoli all’incontro con il Vivente: gli angeli, le donne, il sepolcro vuoto, i teli, il fare memoria delle promesse di Gesù, la testimonianza del discepolo amato… Il cuore dei discepoli (come di ogni uomo che si avvicina alla vicenda di Gesù morto e risorto), di fronte alla morte di Gesù intesa come una disfatta totale, ha bisogno di essere progressivamente aperto all’incontro assolutamente imprevedibile con la realtà del Risorto. Quante resistenze nel prendere in considerazione, proprio a causa della morte in croce di Gesù, l’eventuale sua risurrezione. Dove c’è stata la prima (è morto sul patibolo della croce!), non ci può essere la seconda: proprio a causa di colui che pende dal legno, segno della maledizione di Dio, impossibile attendersi un adempimento di quella promessa che Gesù ha fatto più e più volte: il terzo giorno risorgerò.

Un compito impegnativo, tutto in salita, attendeva Gesù Risorto. I Vangeli testimoniano come l’incontro con il Risorto da parte dei suoi discepoli sia stato contrastato e complesso: paura e gioia, incredulità e fiducia, mancato riconoscimento e accoglienza, aporia e apertura alla luce, incomprensione delle promesse di Gesù e memoriale… Ha richiesto cammino, propriamente il cammino della fede. I fatti da se stessi non erano evidenti, erano tutti da interpretare: con quale chiave di senso, attraverso quale prisma far filtrare la luce?

Difficile condurre il cuore dell’uomo alla speranza, alla rilettura, alla riscoperta, alla novità più vera, all’orizzonte più profondo… Attaccati al passato, resistiamo in nome di esso e in attesa dei dovuti “risarcimenti” da quel passato. Diamo filo da torcere alla luce che cerca di persuaderci dolcemente della sua verità.

Tornando a Pietro, proviamo a metterci nei suoi panni… Se questo Gesù è risorto, lui, come uomo e come discepolo, dovrebbe mettere mano alla ristrutturazione completa del proprio stare al mondo, di quanto ha compreso e vissuto, di quanto ha atteso e creduto… Cosa avrei fatto io al posto di Pietro? La tradizione del Nuovo Testamento afferma con decisione che Gesù Risorto si è fatto vedere da Pietro: proprio il pescatore Simone l’ha incontrato personalmente, perché il Risorto, di sua iniziativa, è andato da lui. Ne aveva un enorme bisogno. Gesù Risorto era consapevole di quanto aveva vissuto e stava vivendo Pietro. Ecco, dunque, il Risorto pronto a servire la vita dell’amico: Luca 24,34; Marco 16,17; 1 Corinzi 15,3-5. Almeno da questi tre passaggi, veniamo a sapere che, sì, questo incontro è avvenuto, ma non ci viene detta mezza parola su come si sia svolto questo commovente appuntamento del Risorto con Simone. Non una parola! Per un evento narrato con continuità nella prima comunità cristiana, ricordato a fondamento della testimonianza apostolica della risurrezione!

Come dire: non vi serve il resoconto di questo racconto. Esercitatevi, invece, nello Spirito, a rileggere il vissuto di Pietro e, attingendo all’annuncio della Buona Notizia di Gesù, non sarà difficile comporre nel vostro cuore e nella vostra mente e nella condivisione con i fratelli e le sorelle, cosa sarà stato per Pietro il senso dell’incontro con il Risorto.

Gesù non vede l’ora di raggiungere i suoi amici, perché non si disperdano tra le macerie nelle quali stanno brancolando. Primo tra tutti, c’è Pietro da incontrare, perché il suo percorso nei mesi precedenti, in particolare a partire dal confronto, durissimo, di Cesarea di Filippo, è stato di notevole chiusura alla via del Messia, che Gesù stava aprendo per lui, e per tutti. Simone ha creduto di dare il meglio di sé, ostinandosi ad essere il vero discepolo, il più bravo di tutti, pronto anche a dare la vita per il Maestro a tal punto da cercare di impedire che il Maestro desse lui la vita per i discepoli.

A questo punto, nella nostra presunzione e impertinenza, come se la storia di Pietro non parlasse anche di noi, ci viene da domandare: Simon Pietro, ma tu finora che hai capito di Gesù, cosa ti aspettavi da lui, qual è il compito e il servizio che ti attendevi da lui? Cosa volevi che egli facesse per te, e per tutti? E se Gesù ha una visione profonda, diversa dalla tua, e ti vuole servire come lui ritiene, saresti disponibile a lasciarlo fare e ad accogliere la sua via?

Gesù è davvero risorto: per Pietro questo fatto ora significa arrivare al dunque. La risurrezione di Gesù diventa la conferma della sua via e dichiara senza mezzi termini cosa ci sta a fare Gesù per lui, Pietro, e per tutti. Un orizzonte inedito, completamente diverso, un senso del vivere e del morire da ricevere, scoprire, apprendere, accogliere in vista di una ristrutturazione completa e profonda della sua umanità, del suo modo di stare al mondo, della sua fede, del suo legame con Gesù, del suo compito, del suo presente e del suo futuro… Tutto troppo…

Toccherà al Risorto, nella luce dello Spirito, condurre alla Buona Notizia. Non ci può arrivare Pietro, non ci arriviamo noi, se non viene lui, il Vivente, a prenderci per mano e a portarci nell’orizzonte della vita vera che viene da Dio.

Lasciamo alla contemplazione di ciascuno di rivivere questo decisivo incontro di Pietro con Gesù Risorto, esperienza che lo Spirito Santo colmerà della gioia della Pasqua, è certo. Possiamo, però, esercitarci tra noi sul passo successivo che fa Pietro: va dagli altri discepoli del Cenacolo e racconta loro che cosa è veramente accaduto.

Dicono gli Undici ai due che tornano nottetempo da Emmaus: davvero il Signore è risorto e Pietro l’ha incontrato. Ce l’ha raccontato lui!

Spirito Santo, donaci di metterci nei panni di Simone. Cosa trasmetteremo dell’incontro con Gesù Risorto? Un racconto decisivo per condividere la Buona Notizia con chi incontriamo.

Condividete, se potete, anche con me qualcosa del vostro incontro con il Signore Risorto. Grazie.

 



Itinerario Vangelo 5 – 1        

LUCA 24, 1-12

 I giorni della Pasqua

Cara comunità, scorrono i giorni di questo tempo di Pasqua. Riprendiamo il filo della comunicazione e del dialogo: a maggior ragione, nei cinquanta giorni verso Pentecoste, è necessario al cammino della fede poter riprendere la vicenda pasquale di Gesù, la sua morte e risurrezione. Siamo al cuore dell’esperienza di Gesù e del suo dono per noi.

Non poche volte, in questi anni, mi sono sentito dire, incontrando le generazioni dei quarantenni (i genitori dei ragazzi): ancora parlate di una storia di 2000 anni fa?! Gesù è morto, sarà pure risorto, bello, ma è una storia che appartiene al passato! La Chiesa si occupi di un messaggio attuale, che serva agli uomini di oggi… “Mentre il mondo cade a pezzi io compongo nuovi spazi e desideri che appartengono anche a te.” Così cantava Mengoni…

Accogliendo la provocazione, è attuale tornare a parlare di Gesù risorto? Sì, no, poco? In che senso? Perché? Che c’entra la vicenda di Gesù morto e risorto con noi, oggi, in questo mondo che cade a pezzi? Avvertite come non possiamo ripetere in modo scontato il messaggio “Gesù è risorto”. Ci vogliono una rilettura attenta e un linguaggio adatto, che permetta, nello Spirito, di mettere in luce il legame profondo tra il Vivente e noi, e l’umanità e il presente e il futuro, di tutti… Per arrivare lì, rispondere a se stessi, alle domande che sorgono in noi, e alle domande delle persone del nostro tempo, abbiamo bisogno di riprendere in mano i racconti, calarci nella situazione, ripercorrere il tragitto di Pietro, dei discepoli, delle donne…e trovare nuovamente Gesù il Vivente che ci introduca nella Buona Notizia della sua morte e risurrezione. Troveremo lì un messaggio attuale per noi e per questo mondo? Abbiamo tempo e disponibilità per rivivere il cammino del Cenacolo? O ci vediamo rinchiusi tra le nostre quattro mura, ci accontentiamo delle sintesi del catechismo, portiamo avanti stancamente i nostri riti e le nostre attività, senza particolare convinzione? Abbiamo una Buona Notizia da portare anche noi, come le donne, le discepole di Gesù? Per fare questo, occorre metterci in ascolto e nuovamente in ricerca. Non vi pare?

Nella recente Quaresima ci siamo avvicinati, ricorderete, alla passione di Gesù attraverso l’esperienza del discepolo Pietro. Abbiamo ripercorso alcuni momenti forti e decisivi: la lavanda dei piedi, l’annuncio del (cosiddetto) rinnegamento di Pietro, la preghiera di Gesù al Getsemani, Pietro nel cortile del sommo sacerdote, il triplice “non conosco quell’uomo” e l’uscita dal cortile da parte di Pietro, preso dalla sua amarezza. Di fatto, ha tagliato con Gesù. Soprattutto si è allontanato dal suo sguardo che lo raggiungeva nell’amore e lo riabilitava alla vita. Se n’è andato, invece, consegnandosi al suo pianto amaro, rivolto tutto su di sé.

Che fine ha fatto quella notte? Dov’è andato? Certo, non è arrivato ai piedi della croce di Gesù né tanto meno è stato presente alla sua sepoltura. I vangeli non ci danno indicazioni dirette e consegnano alla nostra contemplazione di seguire Pietro nei suoi passi di allontanamento e di separazione da Gesù.

Il venerdì e il sabato entrano in scena altri discepoli e soprattutto le discepole. Lui, Pietro, dove s’è cacciato? Veniamo a sapere dai racconti della resurrezione che, alla spicciolata, Pietro e gli altri, si ritrovano nella sala al piano superiore, la sala della Cena, quella che abbiamo imparato a chiamare Cenacolo. Pietro lo ritroviamo proprio lì. Ci sono anche gli altri, anch’essi fuggiti dal Getsemani. Quando sono arrivati? Come hanno vissuto quei giorni, come si sono relazionati tra di loro, cosa si sono detti, cosa si aspettavano da Pietro, cosa Pietro non era disposto a condividere e a fare con loro… Tutto questo vissuto è consegnato al nostro ascolto nello Spirito, immedesimandoci in quella situazione. È un esercizio spirituale prezioso, per vari aspetti. Uno di essi è prendere consapevolezza del trauma vissuto riguardo alla morte di Gesù, evento pesante come un macigno, che li ha tramortiti, disorientati, profondamente delusi, lasciati nell’aporia più totale: non trovavano un senso a questa scelta prima che Gesù morisse, tanto meno ora che la sua morte è avvenuta nel modo peggiore: è morto in croce, cioè la distruzione completa e definitiva, dal loro punto di vista, della persona di Gesù. Troppo doloroso pensare a questa vicenda, impossibile intravedere un qualche spiraglio futuro. Solo macerie…

Prima del tramonto del venerdì hanno sepolto Gesù. Stava per iniziare il grande sabato, un giorno solenne quel sabato, quell’anno. “Giovanni”, l’unico presente al Calvario, ha certo da raccontare e condividere il proprio vissuto. Intenso. Gli ci vuole tempo, silenzio… per rielaborarlo. Attraverso il suo racconto arriva qualche notizia a quelli del Cenacolo. Sono lì rintanati, sovrastati dall’evento della morte di Gesù e dal fallimento della loro fraternità: praticamente tutti gli hanno voltato le spalle e se la sono data a gambe. Un’avventura straordinaria finita malissimo: sono lì con i cocci infranti della loro speranza in Gesù. Speravamo che fosse lui a… Non lo è stato! Non è lui Messia di Dio! Non è rimasto pressoché niente. Se solo Gesù ci avesse dato retta e non si fosse consegnato nelle mani di quelli là… Incomprensibilmente, ha scelto così. E ora? E Pietro? Due discepoli della comunità hanno tirato le somme e hanno annunciato: noi ce ne andiamo. È inutile continuare a restare qui. Le donne…vadano pure alla tomba di Gesù. Non ci stiamo a essere la comunità del cimitero…Abbiamo bisogno di cambiare aria, tornare a vivere, buttarci definitivamente alle spalle questa disfatta.

Inizia una nuova settimana. È la mattina presto, un nuovo giorno. Bussano alla porta, ripetutamente, con insistenza. A quest’ora? Chi sarà? Andate a vedere. Sono le donne: tutte agitate, sconvolte, piene di gioia. Di corsa sono tornate dal sepolcro di Gesù. Calmatevi, cosa è successo? Calma, calma… Nessuna calma! Il sepolcro è vuoto, Gesù è vivo, è risorto! Ce l’hanno detto i messaggeri inviati dal Signore. E ci hanno incaricato di portare e consegnare proprio a voi questa straordinaria notizia. Gesù è vivo! Gesù è risorto! Andate, andate al sepolcro. Lui, Gesù, il Vivente, così l’hanno chiamato, non è più là!

Pietro e gli altri reagiscono a questa sconvolgente notizia, prendendo le donne per invasate: state vaneggiando… Poverine, siete andate fuori di testa, datevi una calmata. Come si fa a dare credito alle vostre parole? Che valore volete che abbiano, visto come siete messe? Su, andate a casa vostra. Ora, a quanto pare, dobbiamo affrontare a un nuovo problema: se, come dite, la tomba è vuota, c’è il guaio del trafugamento del cadavere di Gesù. Ci mancava pure questo!

Pietro (insieme con i compagni) avrà vissuto paura all’arrivo delle donne e poi stupore. Due facce nelle loro risonanze: la gioia e il malessere e la paura. Il cuore si divide, non solo il cuore di Pietro, ma il cuore di tutti i discepoli: il desiderio che la notizia sia vera e l’incubo che la notizia sia veramente vera, perché, se questa notizia è vera, allora tutto ciò che hanno creduto di capire, che hanno vissuto in quei giorni, si ribalta, la questione si riapre. In questa situazione di torpore e di stanchezza, ogni discepolo (Pietro, prima di tutti gli altri), non ha nessuna intenzione di ricominciare tutto da capo. Mi risparmierei volentieri di andare al sepolcro.

Allora perché ci vado? Dice Lc 24,12: Pietro tuttavia corse al sepolcro. Nonostante convenga con il resto della comunità sul vaneggiamento delle donne, Pietro corre al sepolcro. Non è strano? Perché Pietro corre al sepolcro? Possibile che la curiosità sia così forte? Si è già riconciliato con Gesù? L’incubo è sparito?

…E se Pietro corresse al sepolcro per dovere d’ufficio? Tutti si attendono ispirazione dal solito povero Pietro: “Pietro, che cosa dici?” A mio giudizio, le donne hanno perduto il senno. Mentre la comunità si schiera con me, ecco che Giovanni balza su (cfr. Gv 20, 3-10) e dice: “Andiamo a vedere! Simone, vieni con me”. Posso dire di no? Sono prigioniero di quello che resta del mio ruolo; solo io so che cosa resta del mio ruolo, gli altri non lo sanno. Non sanno quello che ho sofferto, non conoscono la mia crisi. Mi sono ben guardato dal metterla in comune con chiunque. Prigioniero del mio ruolo, anche se non ho nessuna voglia d’andare a quel sepolcro, ci devo andare…

 



Senza che se lo aspettasse, Pietro, dopo tutte le varie vicende che abbiamo ripercorso in questa quaresima, incontra lo sguardo di Gesù. Sia così anche per noi in questa Pasqua che riviviamo.

Itinerario Vangelo 4 – 5        

LUCA 22, 60b-62

E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto… 62E, uscito fuori, pianse amaramente.

Gesù non s’è mai voltato prima d’ora. In quelle ore difficili, ha rispettato Simone, per lasciarlo libero di fare quello che voleva, ma al canto del gallo Gesù si volta: non può più ignorare la presenza di Pietro, perché avverte la crisi nella quale sta per sprofondare. Gesù, nel corso della notte, per quanto a distanza da quel fuoco acceso in mezzo al cortile, ha sentito le proteste e i rinnegamenti di Pietro. Non si è scandalizzato, in cuor suo ha riconosciuto che l’unica cosa sensata che Pietro potesse fare era negare di conoscerlo. Ma sa che, quando il gallo canterà e Pietro ricorderà, sarà crisi mortale. Pietro sprofonderà nel confronto con la propria morte.

Cosa “dice” Gesù con il suo sguardo a Pietro? È uno sguardo luminoso, trasparente, sincero, premuroso, amichevole, benevolo, colmo di simpatia, uno sguardo preoccupato, sollecito, fraterno, dolce e forte allo stesso tempo, uno sguardo in cui brilla il lampo della preoccupazione per il futuro. Con questo sguardo Gesù tende a Pietro una mano piena di forza e di compassione. Non è uno sguardo amaro, che mormora “Hai visto, come volevasi dimostrare!”, non è lo sguardo acre e sarcastico di chi sussurra “Te l’avevo detto, io!”, non è lo sguardo tagliente di chi stigmatizza “Bravo Pietro, questa sarebbe la tua coerenza?”, non è lo sguardo bruciante, che frusta, commentando “Evviva l’amicizia”, no, è uno sguardo che dice a Simone tutt’altro, uno sguardo che lo abbraccia e cerca di sostenerlo. Come a dire: mi raccomando, non farti del male. Pietro, ci siamo, non ti meravigliare di quello che sta succedendo! Prima o poi sarebbe successo, per cui non avercela con te stesso. So quello che stai sentendo verso te stesso: ti stai disprezzando, non riesci a perdonarti, non desideri altro che farti del male. No, Simone, ti prego, non farti del male, perché, se ormai non sai che cosa fartene della tua vita, a me è molto cara. Simone, ci tengo a te, ti voglio bene. Non ti trattare così, perché mi dispiace. Sì, è vero, ti sei accorto di non essere quello che credevi di essere… Non la prendere così sul serio, non ne fare una tragedia, perché non merita di essere una tragedia. Oggi il tribunale della tua coscienza sentenzia: non hai diritto di vivere! Non è vero. Ti dico esattamente il contrario: Simone, hai diritto a vivere così come sei, perché ti voglio bene, perché ho stima di te, qualsiasi cosa sia successo. Mi sei più caro della mia stessa vita. “Ho sbagliato tutto, è tutto finito”: non è vero, per me non è vero! Anzi ti dico: meno male che oggi ti trovi a tu per tu con la verità di te stesso, perché nella verità e nel nome del Signore vedrai che tutto, finalmente, può ricominciare da capo, e sarà molto più bello di prima…Simone, Simone, guardami, non distogliere il tuo sguardo dal mio, perché sono preoccupato per te; Simone, guardami, aggrappati al mio sguardo, afferralo, come il naufrago si afferra alla zattera, all’unica speranza di salvezza. Simone, non andar via, non fuggire, non ti buttare via. T’assicuro, ora può cominciare tutto, tutto da capo e sarà tanto più bello! Questo ti sembra incredibile, già, perché mi vedi qui in catene? “Che futuro mi puoi garantire?” È vero che quello che sto vivendo ai tuoi occhi è un fallimento e non lo capisci, ma, nel nome del Signore, t’assicuro, Simone, che, se ti fidi della mia parola e afferri la mano che ti tendo, il Signore assicurerà un futuro grandioso, non solo a me, ma anche a te. Te lo prometto, te lo prometto io, Gesù di Nazaret. Ora puoi iniziare a capire qualche cosa della mia scelta. Ho scelto questa strada anche per te. Se non ti lasci guardare da me e non accetti la mia mano tesa, certamente ti butterai via da qualche parte e ti farai del male, e non lo voglio. Per questo sono qui, sono in queste catene, per questo sono pronto a morire, in nome della verità e di un amore disarmato, per farti toccare con mano che la tua vita mi è più cara della mia. Non vuoi vivere per te? Ti prego, accetta di vivere per me, perché alla tua vita ci tengo. Pietro, non te ne andare! Non voglio perderti, perché la tua vita mi è cara più della mia ed è per questo che stanotte non ho voluto che morissi combattendo con la spada, perché il senso del mio stare al mondo è di dare io la vita per te. Non ti fare del male, perché, se ti facessi del male, tutto quello che sto facendo, queste catene, il supplizio che mi aspetta, tutto questo sarebbe inutile. Su, Simone, coraggio, sorridi… Se non riesci a sorridere a te, sorridi a me. Su, fammelo un sorriso! Se non riesci a volerti bene nel tuo nome, prova a volerti bene nel mio nome. Lo so che non riesci a perdonarti, ma c’è proprio bisogno del tuo perdono? Non ti basta che ti sia amico? Che te ne importa del tuo perdono? Non ti basta che la tua vita sia preziosa ai miei occhi? Che io sia pronto a far cambio della mia vita con la tua?

Questo mio sguardo è una preghiera e una supplica. Ricordati il compito che ti ho affidato: conferma i tuoi fratelli. Pietro, non ti buttare via, perché i tuoi compagni hanno bisogno di te. Adesso finalmente puoi capire perché, durante la cena, ti ho detto proprio quelle parole: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Adesso puoi capire che già durante la cena, ancora prima che tu vivessi questa crisi, ti avevo già amato. Lo so che hai deluso mortalmente te stesso, ma, guardami negli occhi, io, il tuo amico Gesù, ti dico: “Non mi hai deluso! Ti voglio bene. Ricominciamo tutto da capo”.

Anch’io, al tuo posto, se non avessi conosciuto l’amore, avrei fatto la stessa cosa. Per questo sono qui, per questo porto queste catene, per questo sono in attesa di una condanna a morte, perché il senso della mia vita è fare in modo che anche tu conosca quell’amore del quale tante volte abbiamo parlato. In nome di quest’amore, non farti del male! Vedo che non riesci a reggere il dialogo con il mio sguardo, vedo che mi sfuggi. Simone, aspetta un momento! Dovunque tu vada, ricordati che il mio pensiero ti accompagnerà sempre, che non ti dimenticherò mai!

Ma…Simone…dà uno strappo. Ed esce da quel cortile. Uscendo, si stacca dall’abbraccio dello sguardo di Gesù. Perché? Perché l’amarezza evidentemente è stata più forte della battaglia e dell’impegno con cui Gesù difende la vita di Simone. Eppure la passione, il calore, l’affetto di quello sguardo sono così forti e sinceri, che dovrebbero avere ragione di quella amarezza.

Simone, perché piangi, quando c’è qualcuno che ti consola e ti accoglie così? Perché ti disperi, quando c’è qualcuno che valorizza la tua vita così? È vero: da una parte, c’è l’esperienza del tuo fallimento; ma dall’altra, c’è anche l’esperienza della tua valorizzazione! T’immaginavi tu, Pietro, di contare tanto, per Gesù? Immaginavi che Gesù ti fosse amico fino a questo punto? No, non lo immaginavi. Come mai questo non ti riempie di gioia, non ti rasserena, non spazza via le nubi e il veleno dell’amarezza?

Pietro non esce dal cortile, perché sopraffatto dal pentimento. Gesù non lo accusa e lo sguardo di Gesù dovrebbe riconciliare Pietro con se stesso e fargli fare salti di gioia. Pietro esce dal cortile per spegnere lo sguardo di Gesù e disfarsi della sua amicizia. Per l’amico Gesù di Nazaret sono pronto a morire, ma non sono pronto ad accettare di lasciarmi amare: troppo buono, troppo diverso da me, troppo grande ai miei occhi, non lo accetto. Questo si chiama rivalità. Signore, possibile? Possibile! L’eroismo dell’amicizia di Simon Pietro è sopraffatto dalla risonanza di rivalità: non separa Gesù da Pietro, divide Pietro da Gesù.

Questa è l’esperienza che Pietro sta facendo: sta realizzando che l’amicizia fra lui e Gesù è affidata ad un’unica possibilità: alla disponibilità di Gesù di lavargli i piedi, cioè di servirlo con il dono della sua vita. Io-Pietro, l’amico fedele, non lo sopporto, perché mi vuole troppo bene, è troppo buono, è troppo bravo, è la salvezza della mia vita, è l’unica speranza per me… Preferisco “uscire”, separarmi da quello sguardo, dar corda all’amarezza del mio pianto distruttivo (è mio!), piuttosto che alla luce del suo sguardo e all’abbraccio del suo amore gratuito e fedele, pronto a morire per me.

Auguro a ciascuno, in questa Pasqua che rivivremo, di fare esperienza viva dello sguardo di Gesù Crocifisso e Risorto.



Da diverse settimane, negli appuntamenti dell’ascolto del Vangelo, ci siamo avvicinati alla storia del discepolo Simon Pietro. Continuiamo anche in quaresima, rivivendo la Passione di Gesù attraverso il vissuto umano, spirituale ed evangelico di Pietro. È un ascolto che vuole essere comune e condiviso.

Itinerario Vangelo 4 – 4        

MATTEO 26, 65-75

Pietro in quel cortile non è solo. Gli altri intorno a lui si accorgono della sua presenza, lo osservano, lo studiano. Il restare di Simone, lì in quel cortile, chissà per quante lunghe ore, merita da parte nostra considerazione, stima, rispetto. “Una serva gli si avvicinò”. Nel viavai di gente in quella notte, in quel cortile Simone cerca di tenersi in disparte, nella penombra, in modo da non attirare l’attenzione della gente. Ma a un certo punto, i servi accendono un bel fuoco in mezzo al cortile. Tutti quanti si raccolgono intorno al fuoco per scaldarsi. E Pietro? Accidenti… Simone o si avvicina anche lui al fuoco e alla gente, oppure si mantiene in disparte, resta al buio, e questo non può non suscitare delle domande. “Chi è quello là, che resta lì, nascosto nel buio?” Simone sta nella zona di confine fra la luce e il buio, non troppo lontano e non troppo vicino.

Quando il sommo sacerdote ha domandato: “Allora, che ne pensate?” e dal sinedrio si leva il boato: “È reo di morte!”, nel cortile si sarà sentito. Simone si sarà sentito stringere il cuore, strizzare le viscere. “Condannato a morte?! Ma chi, Gesù?! Il Messia?! Non è possibile!” Che esperienza di impotenza e di scandalo!

Una serva comincia con l’osservarlo, lo squadra da lontano, poi distoglie lo sguardo, poi l’osserva, lo squadra ancora. È probabile che Pietro se ne sia accorto: ma quella che vuole? Avrà cercato di girarsi dall’altra parte, cambiare posto, depistare la curiosità di questa donna nei suoi confronti. Invece non lo molla. Braccato. Pietro cerca di sgattaiolare, ma non gli riesce. Infatti, questa donna punta decisamente su di lui e gli si avvicina. La serva identifica Pietro attraverso la sua relazione con Gesù. “Anche tu eri con lui…”. Disagio, timore che altri sentano e possano riconoscerlo, Pietro è qui in questo cortile per combattere, ovviamente di nascosto. E questa donna fa proprio da guastafeste. Non capisco che cosa tu voglia dire”.  “C’è poco da capire! Ti ho detto che tu eri uno di quelli! O sì, o no!” No, Pietro tenta di fingere indifferenza e di essere il più convincente possibile. Per mettersi in salvo, cambia posto. Pensa di essersi lasciato alle spalle quella donna, ed eccone un’altra. Non bastava la prima! “Lo vide un’altra serva”. Non gli si avvicina, ma lo addita ai presenti. È un’affermazione netta, sicura: “Costui era con Gesù, il Nazareno”. Non ci sono dubbi. L’identità di Pietro viene ancora una volta chiaramente affermata in riferimento alla sua relazione con Gesù. Questa donna è interessata a segnalare ai presenti chi è Pietro. Non può fare più l’indifferente, deve prendere posizione e risultare convincente.

E dal punto di vista di Gesù? Se l’amico Pietro viene interpellato nel cortile dove io sono stato condannato e deve rispondere alla domanda: “Sei o non sei di quelli?”, mettendo a rischio anche la propria vita, cosa mi aspetto che dica? Mi aspetto da lui il tributo supremo alla lealtà nell’amicizia, per cui Pietro si fa avanti, si dichiara e fa la mia stessa fine? Oppure, in nome dell’amore, direi: “Pietro, no. Grazie per la tua lealtà, ma tutti e due non abbiamo bisogno di questo. La vita non ha bisogno di queste forme di idealismo”? Nei panni di Gesù, io che cosa avrei detto a Pietro? Non avrei detto a Pietro: “Pietro, lascia perdere. Pensa a te. Pensa a tua moglie e ai tuoi bambini. Preferisco che tu accudisca alla vita, piuttosto che tu ti giochi il tutto per tutto in nome di un’affermazione di principio, che è in fondo la suprema lealtà nei confronti dell’amico Gesù”? Cosa suggerisce l’amore in una circostanza del genere? Cosa dovrebbe suggerire l’amore a Pietro?

In fondo, mentre ti destreggi sotto il fuoco di fila di queste domande, tu dentro come ti senti? A disagio? Infatti, c’è in lui un crescendo di intensità di reazione e un crescendo di bugia. All’inizio, questa bugia è molto sfumata “Non capisco che cosa tu voglia dire”. Si esprime così, in maniera ambigua, perché la bugia non la vuole dire e spera che quella pettegola si accontenti di questa sua risposta e, raggiunto lo scopo, gli risparmi di dover dire la bugia. Perciò si allontana, lì nel cortile. Ma le donne ficcanaso e pettegole questa notte lo perseguitano. La cerchia si allarga, ci sono i testimoni. Pietro deve essere convincente. A questo punto deve scegliere. Dice una bugia radicale, nega di aver mai avuto a che fare con Gesù. La gente potrebbe domandargli: “Ma se non l’hai mai conosciuto quello là, qua che ci stai a fare stanotte? La tua presenza qui stanotte è il segno che le vicende di quest’uomo ti interessano molto da vicino! Ed è strano che ti interessino tanto, se tu non l’hai mai conosciuto!  “Mai visto! Mai conosciuto, quello là!” È una bugia tonda tonda, ma non è una bugia detta bene, non è una bugia intelligente. Con questa bugia Pietro si dà la zappa sui piedi. Dunque, Pietro di fronte al bivio – mi arrendo o tengo duro –, sceglie la seconda cosa. Per essere coerente con la linea che ha già preso in cuor suo, si vede costretto a dire la bugia. Pietro non vorrebbe mai arrivare a negare di conoscere Gesù, è una cosa che non ha mai preso in considerazione, però ci arriva, perché sono gli altri a tirarcelo…Arriviamo là dove non avremmo mai voluto arrivare, perché dobbiamo salvare la faccia, essere coerenti con noi stessi. Pietro ormai è entrato in questa dinamica: deve essere coerente con se stesso e, per non smentirsi, non gli resta che dire la bugia.

La deve rafforzare con la forza dell’espressione e del giuramento. Pietro carica la mano, perché deve risultare convincente. Gesù cosa vorrebbe che tu facessi? Se Gesù ascoltasse questa bugia, ti ascoltasse mentre tu neghi di averlo mai conosciuto, secondo te Gesù che cosa penserebbe di te?  Gesù ti vuol bene, o no?” “Eh sì, Gesù mi vuol bene”. “E allora, se Gesù ti vuol bene, come puoi pensare che Gesù si aspetti da te che tu faccia questa fine? Lascia perdere con questo senso del dovere, di coerenza, di fedeltà assoluta, intransigente, a qualsiasi costo nei confronti dell’amicizia! Se neghi di conoscermi, io non me la prendo, non mi offendo mica! Ti capisco. Anzi, dico: siccome lo stai facendo a fin di bene, per cercare di fare qualche cosa per me, è l’unica cosa che potevi fare: bravo! Ma insomma, Pietro, ma tu Gesù lo conosci o non lo conosci? Se Gesù ha a cuore la tua vita, tu non pensi che Gesù ti farebbe questo discorso? Oppure, per come tu conosci Gesù, pensi che ti guarderebbe dall’alto in basso, sdegnato, e ti direbbe: traditore! Gesù non ha chiesto a nessuno dei discepoli di seguirlo. Gesù non ha esigito dai suoi discepoli una fedeltà fino alla morte. Anzi, esattamente il contrario. Gesù cerca di evitare in tutti i modi che i suoi si compromettano difendendolo. Secondo Gv 18,8 Gesù prende le loro difese, dicendo: “Eccomi, sono io. Lasciate che i miei se ne vadano. Prendete me e lasciare loro”. Gesù ha preso le difese dei suoi, non ha voluto coinvolgerli, ha fatto di tutto per salvare loro la vita. Allora, in nome di che cosa Pietro può pensare che Gesù, a questo punto, si attenda da lui questa estrema, intransigente coerenza nei confronti dell’amicizia? Pietro, tu ti senti in colpa. Ma il comportamento che non sei stato capace di tenere te lo chiedeva Gesù, o qualcun altro? L’unica risposta possibile è: il tuo senso del dovere. Ma, non c’è, Pietro, dietro questo senso del dovere, la tua immagine ideale, la tua idolatria della tua immagine ideale?

Pietro al terzo assalto deve riuscire ad essere convincente. Ce la mette tutta, il crescendo raggiunge il suo apice: “cominciò a imprecare e a giurare”. Fra imprecazioni e giuramenti, Pietro si sarà sfogato un bel po’, per convincere una volta per tutte questa gente che lui con Gesù non ha mai avuto nulla a che fare! Sembra che Pietro finalmente l’abbia vinta. È l’alba. Un gallo canta… Questo “chicchirichì” ha sulla coscienza di Pietro un effetto dirompente. Al canto del gallo Pietro crolla. Le parole di Gesù, richiamate da questo canto, mettono Pietro di fronte alla verità di se stesso. Le conseguenze del canto del gallo e del ricordo delle parole di Gesù sono due: primo, Pietro lascia il cortile, esce; secondo, scoppia in un pianto amaro: una situazione di coscienza negativa, distruttiva, corrosiva. Pietro si trova a tu per tu con la verità di se stesso.

Hai deluso le aspettative di Gesù? Sei indegno di essere discepolo? Indegno di chiamarti suo amico…? Niente di tutto questo. Pietro si trova di fronte ad una verità di se stesso che contraddice profondamente la sua immagine ideale. Pietro esce dal cortile non perché pensa di aver tradito Gesù, ma di aver tradito se stesso. Non si sente colpevole verso Gesù, ma colpevole verso se stesso. Pietro scompare dal cammino di Gesù, si dilegua. Per andare dove? A fare cosa?

Chi è il Signore della mia vita? Il Signore della Buona Notizia? La Parola di Dio? Il dio del teismo? La mia coscienza morale? Il mio io ideale? A chi attribuisco veramente autorità? Cosa mi dice la Buona Notizia? Mi dice che niente può separarmi dall’amore di Dio, che si consegna nelle mie mani per realizzare la mia vita. Allora perché tutte queste amarezze? A cosa servono? Servono a celebrare il lutto e il funerale del mio io ideale, al punto da separarmi dall’amore. Signore, non permettere che niente al mondo, tanto meno il mio io ideale, abbia tanta autorità su di me, da separami dall’amore tuo per me.



Itinerario Vangelo 4 – 3        

MATTEO 26, 32-41

Gesù va al Getsemani per trovare pace in quel luogo. Lì c’è la memoria del ritrovo di Gesù con i suoi compagni. Quanti ricordi, vita, allegria, quante riflessioni importanti, progetti, preghiere, entusiasmo… “Voi sedetevi qui. Io vado lì a pregare, perché sento il bisogno di questo mio raccoglimento. È la mia intimità pasquale con Dio e vorrei condividere questo con tre di voi: Pietro, Giacomo e Giovanni. Voi proseguite per conto vostro la preghiera”. Anche questa notte Gesù propone questo ai suoi e chiama Pietro e i gli altri due a condi­videre più intimamente la sua preghiera. La coscienza di Gesù vive la sua lotta con la morte. Questa “agonia” viene dalla nostra natura. Non abbiamo voglia di morire. Neppure Gesù. Egli è preso dalla paura della morte, vive il suo rifiuto, ma lo vive in preghiera, in dialogo con il Padre. Disse loro: “La mia anima (la mia vita) è triste fino alla morte”. La mia vita è gravata da una tristezza così grande, per cui la coscienza vive la morte come una liberazione. Una tristezza così grande, così intensa da essere anche dolore, disgusto, ripugnanza. Ripugnanza nei confronti della morte, una ripugnanza talmente forte da essere anche ripugnanza nei confronti della vita; un disgusto di esistere così pro­fondo tale da rifiutare la vita. Che cosa provoca in Gesù questo stato d’ani­mo? La paura della sofferenza fisica? Certo, la paura della fatica che lo aspetta. Ma, molto di più, la ripugnanza verso la solitudine che lo attende, soprattutto il rifiuto egli uomini: amare e sentirsi rifiutato! Questo spaventa Gesù più di tutto. Offre il meglio di sé e si vede tutto ributtato in faccia. È l’esperienza dolorosa dell’inutilità dell’amore. A che serve amare così? A che serve fare questa fine? Quanto grande è quel mare di indifferenza e di ostilità che sta per investirlo e inghiottirlo. Gesù prevede di essere investito dall’ondata dell’ostilità di tanta gente. È come se si sentisse investito dall’ondata dell’umanità inte­ra, dal rifiuto, nei confronti dell’amore, dell’umanità intera. E questo rifiuto uccide, schiaccia, distrugge. Quanto grande la voglia di fuggire via…

Eppure tu, Gesù, sei rimasto lì, e questa tristezza te la sei pian piano bevuta, fino all’ultima goccia, chiedendo ai tuoi amici di farti compagnia, vegliando con te… Signore, insegnami a prendere coscienza dell’ostilità del mio cuore nei con­fronti di tutti e soprattutto nei confronti tuoi. Il mio cuore ce l’ha con se stesso, con i propri limiti, con la vita, con il proprio passato, con il pre­sente, con il futuro; ce l’ha con gli altri, ce l’ha con tutti, ce l’ha con il mondo intero. Soprattutto ce l’ha con Te. Signore, svelami l’ostilità nei confronti di tutto e di tutti, della verità e del bene, che cova nel mio cuore. Un’ostilità che nessuno è dispo­sto a portare. Tu sei l’unico al mondo disposto a farti carico di tutta l’ostilità del mio cuore.  Donami, Signore, di ringraziarti perché non sei scappato via, ma sei rimasto lì a pregare e ad accettare il peso, la fatica, cui ti costringeva l’ostilità del mio cuore.

Nella coscienza di Gesù si sviluppa questa lotta: tra l’invito all’amore e le resisten­ze dovute alla fatica dell’amore. Gesù chiede compassione, la solidarietà dei suoi amici nella preghiera. Ma i tre, presi dalla loro morte, non hanno margini di coscienza da offrire a Gesù. Egli oscilla tra il confronto solitario con la prova che l’aspetta, a tu per tu, lui e il Padre, e il bisogno di condivisione e di solidarietà da parte dei suoi amici. Gesù mendica, chiede ai discepoli l’elemosina della loro presenza, della loro solidarietà, della loro vicinanza. Riceve quello che riceve. E lo sottolinea: “Neppure un’ora siete stati capaci di vegliare insieme con me”. Non è un’accusa, non è un rimprovero, è una constatazione, preoccupa­ta, perché, se non avete avuto la forza neppure di passare un’ora con me, che cosa succederà adesso che gli avvenimenti vi prenderanno alla sprovvista?

Nel racconto torna l’immagine biblica del calice. “Passi da me questo calice”. Cioè, mi sia risparmiato di doverlo bere. Questo “calice” è sinonimo di “sorte”, ossia il cammino che mi viene proposto. Bere il calice significa accettare la propria sorte, accettare la propria strada, il proprio cammino, accettare ciò che il Signore mi propone: aderire, dunque, alla volontà di Dio.

Gesù sa che il calice che l’amore-dono gli porge è un grandissimo dono, però si rende anche conto di non avere le forze per riceverlo. Perciò dice: “Passi da me questo calice. È un’esperienza di dono superiore alle mie forze, quella di essere associato così intimamente ad un amore-dono. Risparmiami, Signore, quest’esperienza di sofferenza. Rinun­cio al dono che Tu hai per me, perché non ho le forze per portarlo. Ma non la mia volontà, ma la tua, si compia”. Il verbo “pregava” indica la continuità di una preghiera insistente.

Gesù usa due volte il verbo “volere”: “Non come voglio io, ma come vuoi tu!” Ha una sua volontà ben precisa. Non dice: “Come io vorrei, come mi piacerebbe. No, dice: “Come voglio”. Ci sono due intenzionalità chiare: da una parte, l’intenzionali­tà di Gesù, dall’altra parte, l’intenzionalità di Dio. Gesù non ha paura di vivere la sua intenzionalità. Vive di fronte al Padre chiara­mente, francamente, la sua intenzionalità: “Come voglio io”. Per quanto lo riguarda, vuole che le cose vadano in una maniera diversa. Gesù, ma cosa vuoi tu? “Vorrei il trionfo del Regno di Dio per un’altra via. Vorrei? Voglio! Voglio una festa, la festa del trionfo della vita. Non voglio passare per questa strada”.  Gesù non ha paura di dire, alla presenza di Dio: “Come voglio io”. Ma, nella confidenza, è pronto a rimettersi alla volontà di Dio. Il Signore, quando ci propone i suoi progetti, non ci propo­ne di rassegnarci ai suoi progetti. Ci propone i suoi progetti come un dono a cui Egli ci invita ad aderire in nome dell’amore, con confidenza.

Il Signore, in questo modo, ci invita ad aderire alla fatica dell’amore, a quel compito che è la fatica dell’amore. Questa adesione amorosa alla volontà di Dio non è il piegarsi, l’agonia della volontà dell’uomo. Signore, fai questo miracolo dentro di noi, il miracolo dell’equilibrio tra la nostra umanità e la grazia, quell’equilibrio per cui la natura è pienamente la natura, ma una natura che si abbandona alla grazia e lascia alla grazia la prima e l’ultima parola. Può fare in me questo miracolo la conoscenza dell’amore e la crescita nella confidenza con l’amore.  

In nome di che cosa bere questo calice? Per il valore della sofferenza? No, il Padre non chiama Gesù a soffrire ma ad amare. Vivere e morire in nome dell’amore. Perché questa umanità che Dio gli ha affidato chi se la piglia? Chi è disposto ad amare quest’umanità? Questi fratelli piccoli, brutti, sporchi e cattivi… Gesù si troverà con questa umanità, se la dovrà sorbire tutta: lasciarsi mettere le mani addosso, lasciarsi schernire e disprezzare, lasciar fare di sé tutto quello che vorranno…

Gesù dice: non voglio! È ragionevole questa protesta. Il Padre: Ti capisco, hai ragione. Non si meritano niente. Ma ti prego, non li abbandonare! Hai già fatto molto. Ma pensa a loro. Se tu volti le spalle a questi fratelli, quando potranno comprendere che l’amore esiste veramente, comprendere cos’è l’amore, toccare con mano che c’è al mondo un amore disposto a prenderli così come sono, a portare il loro peso sulle proprie spalle…? Sono in tanti e non sanno in che cosa consiste l’amore, che c’è qualcuno che li ama così. E siccome non lo sanno, non riescono a imbroccare il senso della vita. Ti prego, Gesù, non mi dire di no. Ci sarò io con te. Tieni duro. Hai collaborato con me. Lascia che io sia la tua speranza, la tua forza, oltre le tue possibilità. Hai ragione, ma lascia che io alimenti in te questa compassione per questa folla sconfinata. Quello che vuoi tu: cioè che mi giochi tutto il nome dell’amore? Non ce la faccio. Ce la farai, ti darò la mia forza. Dammi una mano per questa umanità. Se accetti il mio aiuto, arriverai al traguardo. Gesù vive la sua lotta e un po’ alla volta dice di sì.

Gesu va e viene, cerca il conforto dei compagni. Vive il suo rammarico. Sarà rimasto deluso, ma non li rimprovera. Vive il suo bisogno di essere amato senza pretendere.

Il volto di Gesù è insanguinato. Gesù non ce la fa. Viene un angelo a infondergli forza, perché possa portare la fatica che lo attende.

Che anch’io possa dire nel momento della prova: non ce la faccio, il compito di essere uomo è troppo impegnativo. Infondimi, giorno per giorno, la forza di essere la mia misura umana di vivere e di morire.

Pietro e compagni si rifugiano nel sonno, la fatica di vivere li porta a dormire. Alla fine Gesù li invita al riposo. Non chiede a nessuno di morire per lui.

L’agonia è finita? Superata la crisi del Getsemani, Gesù va incontro alla passione portando con sé la stessa preghiera lungo le ore della passione: non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu.

Il dono del Signore non opera magicamente, viene goccia a goccia. Per sostenere il passo del momento, perché possa rendermi conto che la forza della speranza e dell’amore non mi appartengono… Gesù non esce dall’orto come un’umanità eroica. Esce come me, trascinandosi. Arriverà fino alla fine? Dipenderà dal suo continuare ad affidarsi. Gesù si è consegnato fino al compimento del servizio dell’amore.



Itinerario Vangelo 4 – 2       

MATTEO 26, 30-35 

“Dopo aver cantato l’inno”. Gesù e i suoi cantano i salmi dello Hallel, dal salmo 113 al salmo 118, a conclusione della celebra­zione pasquale. Incombono avvenimenti molto seri, eppure il canto di questi salmi sarà stato disteso. Gesù non ha fretta di finire. Le cose del Signore vissute con devozione, nonostante Gesù sappia che cosa si prepara.

Mentre vanno verso il monte degli Ulivi, Gesù dice ai suoi: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia, e proprio in questa notte”. Gesù sa che i discepoli si scandalizzeranno.

Lo scandalo è un’esperienza di rigetto di una realtà alla quale non si trova giustifica­zione, qualcosa che indigna. La coscienza scandalizzata è coinvolta affettivamen­te in un processo di dissociazione dalla realtà, di cui è testimone, di cui si sente parte, al punto da rifiutare questa realtà e dissociarse­ne. Questo sarà ciò che i discepoli vivranno nei confronti di Gesù: si dissoceranno da lui.

Lo scandalo, anticamera dello scandalo della croce, non è soltanto la fuga, dettata dalla paura: è il rifiutare in blocco quello che Gesù sta vivendo, le sue scelte e la sua persona. I discepoli rigetteranno Gesù e ciò che hanno vissuto con lui. Gesù sa che questa sarà l’esperienza dei suoi, a tu per tu con la realtà della passione.

Gesù prega il Signore per i suoi: “Risparmia loro l’esperienza della prova dello scandalo”. Ma è una prova necessaria alla conversione, perché l’autorità della paura della morte sia sbugiardata e smantellata. È necessario passare attraverso quest’esperienza di scandalo. Dietro questo scandalo, c’è la crisi di Cesarea. Pietro e i discepoli sono ancora fermi lì, e soltanto la Pasqua di Gesù potrà portarli fuori da quella religione idolatrica, per cui l’uomo credente si serve di Dio per salvarsi da solo. Solo il confronto con il perdersi di Gesù nella passione può consentire all’uomo di passare dall’idolatria alla speranza. Dunque, Gesù conosce la serietà della prova che aspetta i suoi. Nel Signore, ha il coraggio di scandalizzare i suoi discepoli.  “Non posso difendervi io da questo scandalo: vi difenda lo Spirito del Signore. Io prego, per me e per voi”. È vero: il pastore sarà percosso agli occhi degli uomini e a tutti sembrerà che Dio, questo pastore lo abbia abbandonato. Di conseguenza, le pecore saranno disperse. Saranno le pecore a patire questo scandalo: sprofonderanno in questa crisi. Ma non sta al pastore evitare tutto questo, il Signore ci penserà: lui che conduce il cammino di Gesù, condurrà le pecorelle del suo gregge, sulla via della vita. In questo, l’amore di Gesù per i suoi amici si conferma gratuito e rivela di non essere un amore “paternalista”, un amore, cioè, che si frappone tra la coscienza dei suoi discepoli e la realtà, per risparmiare ai discepoli quell’esperienza di realtà che porterà allo scanda­lo.

No, il pastore Gesù farà la sua strada, secondo la parola di Dio e la mozione dello Spirito. Le pecore del suo gregge, i discepoli, faranno la loro strada e il Signore guiderà l’uno e guiderà gli altri. Gesù vede già lo sbocco positivo, quando aggiunge: “Dopo la mia resurrezione, vi precederò in Galilea”. Parole incomprensibili per i discepoli. Dal racconto sembra di capire che queste parole di Gesù non hanno incidenza sulla coscienza dei discepoli, i quali sono tutti presi dall’annuncio del prossimo scandalo. Nessuno domanda a Gesù: “Che cosa vuoi dire? Cos’è questo riferimento alla Galilea?” Piuttosto si scagliano, Pietro in prima fila, nel protestare a Gesù la loro fedeltà. Sono parole incalzanti, perché la promessa di Pietro è: “Non mi scandalizzerò mai! Mai! Mai!” e la puntualizzazione di Gesù è: “Questa notte…” Paradossale successione…

La certezza della propria buona fede, della bontà dei propri propositi spinge Pietro a buttare il cuore al di là di qualunque ostacolo e proiettarsi verso questo “mai”. Gesù a questo “mai” oppone il “questa notte”. “Mi rinnegherai tre volte”. Come Gesù avrà pronunciate queste parole? Con delicatezza. Pietro come le avrà vissute? Si sarà sentito ferito? Rimprove­rato da Gesù? Deriso, disprezzato? Lo scopo con cui Gesù pronuncia queste parole non è quello di rimproverare Pietro, di accusarlo del suo prossimo rinne­gamento, né quello di schernirlo. Al contrario, Gesù pronuncia queste parole con tanta delicatezza, per difenderlo: che Pietro ricordi e sappia che, nel momento in cui prometteva di dare la vita per Gesù, si stava già candidando al suo fallimento e che, in quel momento, Gesù lo aveva amato come sempre. “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Pietro, così preso dai suoi eroici progetti di fedeltà, non presta orecchio alle parole di Gesù, le respinge, non entra in dialogo con esse. Non domanda a Gesù: “Che cosa vuoi dire? Spiegami. Perché dici questo e sulla base di che cosa? Sono veramente un uomo così inaffidabile? Ma pensi che io non sia sincero? È questa è la stima che tu hai di me?” Quante cose Simone avrebbe potuto domandare a Gesù in quella circostanza! Invece, cocciuto, ostinato, sicuro della sua buona fede, dei suoi buoni propo­siti, si ostina nel protestare e promettere la sua incondizionata fedeltà. Anche perché Gesù addirittura ha precisato: “Non una volta, ma tre volte, in una notte!” Inammissibile! “Anche se doves­si morire con te, non ti rinnegherò”! È una coscienza in ascolto? Certo, c’è una coscienza ideale, ma quanto è lontana questa coscien­za ideale da una coscienza evangelica.

Nella coscienza ideale di Pietro, che prende posizione e ribadisce che starà accanto a Gesù anche a costo di morire, ci sarà stata un po’ di sofferenza, per il fatto di non sentirsi dire da Gesù “grazie”. Un po’ di irritazione, di dispetto, perché Gesù non lo prende sul serio. Un po’ di ostinazione, dovuta alla rivalità, stimolata, stuzzicata dalle parole di Gesù. Un po’ di indignazione: “Dopo tre anni di vita, fianco a fianco, questa è la stima che hai di me?” Nella foga con cui Pietro ribadisce: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”, ammirevole sul piano dello slancio ideale, quanto c’è di difesa di se stesso? Stai difendendo l’amicizia tra te e Gesù, o stai difendendo la tua immagine? Stai vivendo la rappresentazione del tuo io eroico? Stai celebrando il mito dell’amicizia tra te e Gesù? Queste parole: Non ti rin-ne-ghe-rò mai!”, a che cosa obbediscono? Obbediscono all’amore nei confron­ti dell’amico? Se così fosse, l’amico lo interrogheresti, gli chiederesti spiegazioni… Protesti perché Gesù non ti prende sul serio e quindi squalifica, agli occhi di tutti, il tuo discepolato?

Stando al racconto, il dialogo cade e Gesù non dice più neppure una parola. L’exploit di Pietro viene seguito dal coro dei discepoli: tutti fanno coro a Pietro e dicono la stessa cosa.

Gesù non insiste, lascia correre, perché si rende conto che oggi è inutile questa schermaglia sulle intenzioni. Saranno i fatti, di qui a poco, a fare verità. A Gesù non interessa avere ragione. Questa non è una sfida, una scommessa, ma un servizio alla vita: mentre Pietro e compagni si accaniscono nel ribadire le loro promesse di fedeltà, Gesù prega per loro. Ha detto quello che doveva dire e, preoccupato per l’esperienza di prova a cui Pietro innanzitutto e tutti gli altri vanno incon­tro, prega per loro, come riporta Luca nel suo vangelo: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te” (22,31). Questo dialogo tra Gesù e Pietro non è: io ti dico che…, e io ti dico che no; no, qua non si tratta di vedere chi ha ragione, non si tratta di affermare delle verità contrapposte per cercare di spuntarla, sopraffare la veduta dell’altro e avere ragione. Per quanto riguarda Gesù, si tratta di servi­re la vita, preparando la vita all’incontro con la verità di se stessa. Servire la vita con prudenza, con delicatezza, con umiltà.  Con la sua foga, la sua determinazione, la sua capacità di convincimento, forse, Pietro ha l’impressione di averla spuntata, di essere riuscito a persuadere Gesù delle sue buone intenzioni.

Gesù avrà mantenuto alto lo sguardo e avrà guardato Pietro intensamente… Pietro avrà scrutato quello sguardo di Gesù, dal quale capisce che Gesù non gli l’ha creduto. Siccome Gesù non risponde, Pietro allenta la guardia e rinuncia a persuaderlo. Per Pietro Gesù è il destinatario del suo idealismo: Gesù è lì e Pietro vivrà, nei confronti di Gesù, la sua fedeltà di amico. Nella prospettiva evangelica, Gesù non è il destinatario: è innanzitutto la sorgente di questa fedeltà. Il protagonista di questa fedeltà, della fedeltà di Pietro nei confronti di Gesù, non è tanto Pietro, quanto l’amicizia stessa di Gesù verso Pietro.

“Se tu vorrai, se tu me lo concederai, allora potrò seguirti in carcere e fino alla morte. Non per la mia fedeltà, ma per la tua. Alla tua fedeltà a me, Gesù, chiedo il dono di concedermi di poterti seguire fino in carcere e fino alla morte”. “Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli”. È un coro unanime. Tutti quanti stanno dietro alle parole di Pietro. Gesù non dice una parola. Ricordandosi le parole che ha detto a Pietro, al momento del bisogno diranno a se stessi: “Quello che Gesù ha detto a Pietro, vale anche per me”. Nei nostri buoni propositi, quando noi ci proponiamo di fare qualche cosa di buono, quando noi promettiamo amicizia, amore, il cuore fino a che punto è retto? L’esperienza ci dice che nel cuore si mescolano tante cose: la paura di fare brutta figura, di non essere all’altezza, di essere meno degli altri, il desiderio di fare bella figura. Adesso sono tutti d’accordo a dichiarare che sono pronti a morire per l’amico Gesù. Ancora qualche ora e saranno tutti quanti d’accordo, a cominciare da Pietro, a volta­re le spalle e a scappare a gambe levate.



 

Itinerario Vangelo 4 – 1       

GIOVANNI 13, 1-9

6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Che cosa vuol dire Simone con queste parole? Quali sono le sue risonanze? Dietro queste parole c’è una risonanza di protesta e d’indignazione, dettata dalla devozione, dalla stima, dalla riverenza, dall’affetto che Simone ha per Gesù. Simone ha una concezione così alta dell’amico Gesù che non può sopportare di vederlo lì, prono, davanti ai suoi discepoli, a compiere l’ufficio dello schiavo. Ma dove s’è mai vista una cosa del genere? Lo stato d’animo di Simone si potrebbe definire così: più realista del re, colui che difende il prestigio del ruolo del Maestro, più di quanto lui stesso non lo difenda.  Inammissibile, indecente, indecoroso!

“Gesù, che proprio tu ti abbassi nel ruolo dello schiavo, a compiere questo servizio a me e ai nostri compagni, no! No, non te lo posso permettere! Ho una concezione così elevata di te, da non poter permettere che ti abbassi fino a questo punto. Quello che stai facendo non sta né in cielo né in terra, è inammissibile!”.

Gesù a quanti discepoli ha già lavato i piedi, prima di arrivare a Simone? Simone non è tra i primi: ha il tempo di carburare la sua risonanza, di metterla a punto, di seguire la scena con lo sguardo, di fremere dentro di sé, mentre i suoi compagni si lasciano lavare i piedi.

Pietro: Almeno tu, Andrea, resisterai! Ma no, anche tu, pecora silenziosa, ti fai lavare i piedi da Gesù?! Questo è il rispetto che avete per il Maestro? Sveglia! Adesso deve arrivare da me… Vi faccio vedere io come si fa!  Forse Simone pensa che quello che sente e vive lui, lo sentano anche gli altri.

Invece, meraviglia; vede che i discepoli che lo precedono, uno dopo l’altro, si arrendono. Qualcuno avrà abbozzato un po’ di resistenza, lì, sdraiato sul triclinio; Gesù si avvicina e il discepolo avrà ritratto le gambe. Gesù gli avrà sorriso e chiesto: “Posso?” E il discepolo, guardandosi intorno, si sarà arreso ed avrà consegnato le “zampe”. Ogni discepolo è così preso da questa disponibilità inaspettata dell’amico Gesù da non badare più ai compagni, per cui, uno dopo l’altro, i discepoli sono affascinati da questo incontro personale con Gesù e perdono di vista Pietro, il quale sul suo triclinio freme e si agita, fa gesti strani, getta occhiate da incenerirli. I compagni lo guardano e gli dicono a gesti: “Che vuoi, come si fa? È lui… Come si fa a dirgli di no?” Simone rimugina e si agita…

Pietro: Voi non volete bene al Maestro! Non capite niente! Se gli voleste bene, mai e poi mai avreste permesso a Gesù un gesto del genere. Avreste resistito con tutte le vostre forze. Tra poco, quando verrà il mio turno, vi farò vedere io che cosa significa essere un discepolo! Per questo Simone usa il singolare, perché con quel singolare sottolinea la diversità esistente fra lui e gli altri discepoli, i quali sono, a suo giudizio, insensibili, profittatori. Io sono il discepolo vero… Pietro: Signore, tu lavi i piedi a me?! Agli altri forse sì, perché tengono così poco a te che se li lasciano lavare, ma tu, a me, non li laverai mai, perché io sono un discepolo vero! Tengo al tuo prestigio, non mi potrò mai permettere che tu, Gesù, compia nei miei confronti un gesto del genere. Sia chiaro! Imparate come si fa, imparate! Per gli altri è andata così, ma per voi che venite dopo, adeguatevi…

Il comportamento di Pietro si propone come esemplare e normativo per il resto della comunità: “Sia chiaro: vi ho dato l’esempio”. Esattamente le parole che Gesù pronuncerà tra poco. Anche questa è l’intenzionalità di Simone: “Vi ho dato l’esempio, vi ho dimostrato cosa vuol dire essere un discepolo devoto, vero, che sa difendere il prestigio del maestro”.

Simone non comprende che il servizio che Gesù ha da sempre reso alla sua vita è un servizio molto più grande di quello dal quale Simone vuol dispensare Gesù, per difenderne il ruolo. Ed è niente il servizio da cui Simone vuole dispensare Gesù rispetto al servizio che Gesù si prepara a rendere a Simone attraverso la sua passione.  Gesù si china e sta per prendere il piede di Pietro. Simone non demorde. Non comprende le parole di Gesù e risponde, sbraita, categorico: “Non mi laverai mai i piedi”. Mai e poi mai, Gesù, potrò accondiscendere a questa tua iniziativa! Simone si aspetta la rinuncia da parte di Gesù, perché non sta difendendo se stesso, ma il prestigio di Gesù. Non solo, ma Simone si aspetta da Gesù soddisfazione, compiacimento, riconoscimento e gratitudine. Simone si aspetta che Gesù, compiaciuto, dica: “Bravo, sei il discepolo perfetto”.

Sorpresa. Gesù non si lascia affatto catturare dai complimenti di Simone, tiene duro. Con il volto pensoso, consapevole di cosa si agita nel profondo del cuore di Pietro, Gesù risponde a Simone con dolcezza e fermezza: “Simone, se non ti lascerai lavare i piedi da me, non avrai parte con me”. In altre parole, l’esperienza della condivisione della vita vissuta finora s’interromperà. Simone fissa il suo sguardo in quello di Gesù, si guardano a lungo negli occhi e Simone, incredulo, domanda.

Pietro: Gesù, stai dicendo sul serio? La cosa è così seria? Il problema per te è così importante? Credevo di star vivendo il meglio della mia coscienza di discepolo! Invece, la cosa per te è così importante, fino a questo punto, Gesù? Stai scherzando? Dì che è una battuta!

Gesù: No, Simone, non è una battuta. Da questo gesto dipende la condivisione della nostra vita.

Pietro: No, non ci credo, non è possibile!

Gesù: Te lo dico io: se non ti lascerai lavare i piedi da me, non ci sarà più fra noi condivisione della vita.

Pietro: Se veramente le cose stanno così, allora cambio atteggiamento: non solo i piedi, ma anche le mani e il capo, fammi il bagno!

Simone consegna i suoi piedi impolverati alle mani di Gesù, si arrende. È convinto di quello che sta facendo? No, non capisce, però una cosa realizza: Gesù sta vivendo qualcosa che non riesce ad afferrare. Gesù non si è adeguato ai desideri di Simone. Ha voluto solo piegare la sua ostinazione? Il gesto della lavanda dei piedi, proprio nei confronti di Pietro, è un’anticipazione del servizio che Gesù si prepara a rendere a Pietro e agli altri discepoli attraverso la passione e la morte. Perciò ha tenuto duro: per preparare Pietro al confronto con la passione.

Pietro: Cerco di vivere nel modo migliore il mio sentirmi discepolo, ma l’incomprensione con Gesù scatta immediatamente. È uno scarto che non capisco. Che vuol dire essere discepolo di Gesù? Stasera ho una risposta: essere discepolo di quest’uomo significa accettare docilmente di lasciarsi lavare i piedi da lui. Esattamente il contrario del mio modo di pensare e giudicare. Davvero Gesù, certe volte, non lo capisco proprio! Per me essere discepolo al meglio consisteva nell’impedire a quest’uomo di lavarmi i piedi, di farsi mio schiavo. L’autorevolezza della sua parola, la decisione del suo gesto, mi hanno costretto al contrario: “Non avrai parte con me”. Quindi è in questione la comunione di vita fra di noi, la nostra amicizia. Quello che Gesù mi propone è di lasciarmi lavare i piedi… Per quest’uomo che cosa vuol dire essere suoi discepoli? Che colui che abbiamo imparato a chiamare Maestro e Signore, colui la cui parola abbiamo riconosciuto essere la parola di Dio per noi, costui si faccia nostro schiavo e si ponga come schiavo al servizio della nostra vita? Questo vuol dire essere discepoli di Gesù? Incredibile, incredibile! C’è qualcosa che non quadra, che non capisco, che mi sfugge…Chi capisce quest’uomo è bravo! Dopo tre anni di esperienza, mi sembrava di saperne abbastanza, mi sembrava di sapere cosa volesse dire essere discepolo di Gesù. M’accorgo di non aver capito ancora niente: per me essere il miglior discepolo possibile vuol dire impedirgli di lavarmi i piedi, per lui vuol dire esattamente il contrario…

 

Ci domandiamo: io come mi sarei comportato? Sono disposto a lasciarmi lavare i piedi da Gesù? Sono disposto a lasciarmi servire così dal Signore? Riconosco che il ruolo del Signore nella mia vita è proprio questo? Che il ruolo di Gesù nella mia vita e, quindi, il ruolo del Signore Dio nella mia vita è proprio quello di servire la mia vita così? Se quella notte fossi stato anch’io fra i commensali, nel cenacolo, come mi sarei regolato? Gli avrei consegnato i miei piedi fra le mani senza esitare? Cosa avrei vissuto in quel dialogo silenzioso e intenso: le sue mani, i miei piedi, lo sguardo, la benevolenza di Gesù? Qual è il mio rapporto con Gesù?

Gesù, donami di capire perché ti disponi a lavare i miei piedi, perché ti disponi a servire la mia vita così. Fammi capire, perché è una questione di vita o di morte. Donami infine di non temere a lasciarmi servire da te.


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