CONTEMPLAZIONE DEL RISORTO: CAPITOLO 21 DI GIOVANNI – Parte 3

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31 05 2025

Vangelo 7 – 3

Giovanni 21, 18-25

 

A Simon Pietro è detto: seguimi. E per quanto riguarda il discepolo amato? Si aprirebbe qui lo spazio per un itinerario evangelico prezioso, tutto da scoprire. Ma rinviamo l’approfondimento di questo itinerario a un’occasione futura.

Per noi lettori di oggi (come nei secoli passati), il discepolo amato resta, volutamente, anonimo. Per la comunità del IV Vangelo invece era evidente di chi si stesse parlando. Anzi, è proprio questa comunità che, rileggendo il senso della relazione tra Gesù e questo discepolo, gli dà la connotazione, unica, del “discepolo che Gesù amava”.

Il fatto che resti anonimo è un invito per noi: non interessa il suo nome, ma la sua stretta relazione con Gesù e soprattutto il modo con cui Gesù guardava a questo discepolo. Non un titolo che dice una funzione ma la relazione. Ed è quello che conta per noi, perché anche noi possiamo entrare nella stessa relazione: il Signore desidera che tutti i discepoli siano così amati, ci insegna Sant’Agostino.

In Giovanni 21, la figura del discepolo amato è rappresentata con alcuni tratti:

  1. “Uno dei suoi discepoli”: è una storia, bellissima, che parte dal primo incontro con Gesù. Da lì in poi quello che conta è l’aver aderito alla sua chiamata. Il discepolo ha ascoltato la sua parola, ha visto i suoi segni, è andato da lui, è rimasto presso di lui, ha riconosciuto in lui il volto del Padre, ne è diventato testimone, ha accolto il comandamento nuovo dell’amore… Così. L’amore di Gesù da lui è accolto, non trova resistenza, ma corrispondenza. Si affida pienamente a lui. Ha vissuto tutto questo con lui e con gli altri discepoli, fino alle vicende raccontate in Gv 13 e Gv 18-21. E qui troviamo altri tratti straordinari.
  2. Durante la cena di addio (di Gesù con i suoi), occupa un posto speciale, una posizione più diretta e familiare con Gesù. Sta appoggiato “al petto” di Gesù[1]. Come Gesù è rivolto al seno del Padre, così il discepolo amato è presso il petto di Gesù[2].
  3. È il discepolo che riceve da Gesù la rivelazione di chi è il traditore. In questa esperienza, il discepolo amato vede e contempla la gloria dell’amore di Gesù, che si mette, liberamente, nelle mani di Giuda: l’amore, l’agàpe, si consegna, anche e proprio a Giuda[3].

Pietro e le comunità che a lui si riferiscono sono connotati dal verbo “seguire”. Ne sono testimonianza i Vangeli sinottici.

Il discepolo amato e le comunità della sua tradizione spirituale si ritrovano nel verbo “rimanere” e sono raccontati dal Vangelo di Giovanni, il Vangelo spirituale.

C’è posto, nella Chiesa del Signore, per l’esperienza discepolare di Pietro e per la spiritualità del discepolo amato. Si conoscono, si riconoscono, nelle loro diversità. Gesù indica il cammino a Pietro (“seguimi!”), e al discepolo amato (“rimanere, fino al suo ritorno”).

Una comunità è invitata a confrontarsi e a fare spazio all’altra, a vivere ciascuna nel proprio dono e ad apprezzare il dono dell’altra: a Pietro di pascere, al discepolo amato di riconoscere e di indicare: è il Signore.

Pietro faccia il suo cammino, la comunità del discepolo amato, anche.

Essa ha un dono che rimane: il discepolo amato, racconta la tradizione, è morto avanti negli anni. Si credeva che non sarebbe morto. Ma venne il tempo del suo passaggio. Compresero che non era la sua presenza fisica destinata a rimanere, ma propriamente la sua testimonianza all’Unigenito del Padre, al Signore, a Colui che è Via Verità e Vita. Una testimonianza che permane indelebile nella straordinaria ricchezza attestata dal IV Vangelo.

Rimane per tutti i credenti, questa testimonianza, insieme agli altri vangeli e alle lettere apostoliche. Rimane! A disposizione dello Spirito, che sempre conduce a tutta quanta la verità.

Proviamo ora a raccogliere “qualcosa di companatico”[4], dopo aver ripercorso vari tratti del capitolo 21.

Cosa può dire al nostro cammino comunitario, ecclesiale? Infatti, siamo più portati, anche nell’ascolto del Vangelo, a un confronto tendenzialmente individuale e personale. Veniamo da un cristianesimo segnato dal tratto individuale. L’ecclesiale rischia di rimanere sullo sfondo.  Rileggendo Giovanni 21, perciò, sentiamoci discepoli che camminano insieme, legati da un’unica avventura, la conoscenza dell’agàpe.

Cosa può accadere a una comunità di discepoli, dopo l’esperienza della resurrezione e del dono dello Spirito, la consegna della missione per l’annuncio della remissione dei peccati[5]? Può anche accadere che…Scrive L. Manicardi: sembra che non sia cambiato proprio niente nella vita dei discepoli e che tutto vada avanti come prima, come se niente fosse successo. Gv 21 sembra parlare di un dopo che riguarda anche i futuri cristiani, coloro che già hanno confessato il Risorto, ne hanno fatto esperienza nelle assemblee ecclesiali, nelle riunioni domenicali, ma che continuano a vivere come se l’evento sconvolgente della Resurrezione non fosse avvenuto. Come se il vangelo non avesse alcuna incidenza sulla vita e non producesse una differenza visibile e palpabile. La pagina evangelica interpella il nostro oggi affondando il dito nella piaga di una vita cristiana stanca, spesso grigia e ripetitiva, incapace di visione, di coraggio, di rinnovamento e che preferisce il grigiore del già noto e del securizzante. Il vangelo reso sale scipito. La potenza della resurrezione vanificata in una esistenza routinaria.

L’esperienza del Risorto non siamo noi a garantirla e a tenerla viva con le nostre risorse. Occorre sempre cercare e attendere la manifestazione di Lui. E Lui…manifesta se stesso così, come sceglie di manifestarsi.

Come? Come un povero che chiede cibo. Come un pescatore abile che dà indicazioni su come pescare per prendere qualcosa dopo una nottata infruttuosa. Come uno che si prende cura di loro preparando del pesce da mangiare. E infine come un ospite che li invita a mangiare insieme: “Venite a mangiare”. Come, dunque? In maniera umanissima: preoccupandosi del loro lavoro, del loro cibo, preparandone per loro e invitandoli a mangiare insieme. Sono gesti semplici e umani, i gesti della condivisione, della cura e della preoccupazione perché l’altro stia bene. Sono i gesti della fraternità che culminano nell’atto con cui Gesù prende il pane e il pesce e lo dà loro. Il Risorto si fa presente sulle rive del lago con il linguaggio della sovrabbondanza dell’amore. Ma una sovrabbondanza che si rivela nel quotidiano e umanissimo interessarsi dell’altro, nel preparare un pasto e nel mangiare insieme.  L’abbondanza dell’amore di Dio non è visibile se non nei gesti dell’amore quotidiano, del preparare una tavola, del condividere un banchetto, del vivere la fraternità e l’amicizia. Il passaggio pasquale avviene così, discretamente, silenziosamente.

Una comunità frammentata, demotivata, tentata di tornare indietro, di affidarsi al suo passato, proprio questa diventa comunità per la manifestazione del Risorto: rimessa insieme, restituita alla comunione con il Signore, riaccesa al fuoco del Risorto, invitata gli orizzonti grandi di un futuro che viene da Dio.

È Lui che ci fa Chiesa, manifestando se stesso così, se diamo ascolto alla sua parola, se portiamo qualcosa della pesca, frutto della sua iniziativa, alla mensa che per noi prepara, se viviamo la gioia del bene della sua presenza, se riconosciamo che siamo chiamati a rimanere nel suo amore, se ci abbandoniamo a Lui come Pietro, se ci lasciamo contagiare dal discepolo amato, colui che riposa sul petto di Gesù[6]. Siamo chiamati, insieme, a questa avventura. Lui manifesta se stesso così. Noi respiriamo il bene della sua presenza, nel quotidiano di una umanità, trasformata dal suo amore.

[1] Gv 13, 23-25: εἷς ⸀ἐκ τῶν μαθητῶν αὐτοῦ ἐν τῷ κόλπῳ τοῦ Ἰησοῦ, ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς

[2] Gv 1,18: μονογενὴς θεὸς⸃ ὁ ὢν εἰς τὸν κόλπον τοῦ πατρὸς ἐκεῖνος ἐξηγήσατο

[3] Gv 21,20: τὸν μαθητὴν ὃν ἠγάπα ὁ Ἰησοῦς ἀκολουθοῦντα, ὃς καὶ ἀνέπεσεν ἐν τῷ δείπνῳ ἐπὶ τὸ στῆθος αὐτοῦ καὶ εἶπεν· Κύριε, τίς ἐστιν ὁ παραδιδούς σε; 

[4] Gv 21,5: τι προσφάγιον

[5] Gv 20, 19-23

[6] La tradizione dei Padri, per l’intimità del discepolo amato che si è chinato sul petto di Gesù (ἐπὶ τὸ στῆθος αὐτοῦ), conierà per lui il titolo di Epistethios.


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