La fede del centurione di Cafarnao – Prima parte
30 • 01 • 2025
Vangelo 5 – 1
La fede del centurione di Cafarnao – Prima parte
Matteo 8, 5-13
Cara Comunità, care amiche, cari amici,
nuovo mese, un nuovo ascolto del Vangelo. Nelle domeniche tra febbraio e marzo, prima di cominciare la quaresima, il nostro Lezionario ci consegna alcuni racconti davvero intriganti.
Desiderando crescere nella contemplazione delle scene evangeliche, le scene del Regno, siamo invitati, non tanto (o non soltanto) a conoscere-sapere-capire… quanto a un ascolto per immedesimarci, gustare, coinvolgerci con i sensi e gli affetti, con la mente, con il cuore, con la vita.
Entriamo nella vicenda del centurione di Cafarnao, così come ce la consegna il Vangelo di Matteo (8, 5-13).
Un po’ di contesto
Gesù -narra l’evangelista- è in cammino, insegna, annuncia il Regno, guarisce e libera dal male. Un servizio intenso che mostra come la forza potente della Parola e l’annuncio del Regno si manifestano nei gesti di guarigione dal male.
Al primo, grande discorso di Gesù, il discorso della montagna (la Parola, l’annuncio del Regno) nei capitoli 5-7, seguono dieci racconti di miracoli nei capitoli 8-9, esperienza diretta di una Parola che insegna, istruisce e, ancora di più, libera, guarisce, trasforma, rigenera, restituisce alla vita. La Parola di Gesù è così, chi lo incontra e lo ascolta ne sperimenta la sua viva realtà.
Gesù scende dal monte delle beatitudini con i suoi discepoli e subito entra in contatto con gli esclusi, i poveri. Subito gli va incontro un lebbroso (8,1-4), poi prosegue e arriva a Cafarnao, divenuta per Gesù la “sua” città di elezione, il suo campo-base, per così dire[1]. Qui gli va incontro un centurione con la sua supplica per la condizione sofferente del figlio. Infine, entra nella casa di Pietro, guarisce la suocera dalla febbre mortale e la restituisce al servizio (8,14-15). I primi tre miracoli sono conclusi da un’importante citazione del IV canto del Servo (Is 53), che dice il senso delle guarigioni operate da Gesù (8,16-17), le opere del Messia.
Un incontro fatto di dialogo tra l’umanità del centurione e quella di Gesù.
Matteo, riportando questo racconto, rispetto agli altri evangelisti è più sobrio ed essenziale nei particolari. Invece, mette in evidenza il dialogo tra il centurione e Gesù. Ci invita ad ascoltare ed essere testimoni del loro scambio: l’importanza del dialogo e delle parole, della Parola!
L’iniziativa è del centurione. Va incontro a Gesù che giunge a Cafarnao. Il centurione e Gesù: due “mondi”, lontani e diversi per provenienza, cultura, religione, mentalità, scelte di vita… Ora si incontrano e si parlano.
Quest’uomo, connotato dal suo essere soldato straniero, non fa leva sul suo potere militare, ma viene avanti supplicando Gesù: è un padre profondamente angosciato per il proprio figlio terribilmente colpito dalla malattia. La sua supplica è nel presentare la gravità della situazione -parla da sé- e tutto il suo dolore: Signore, il mio ragazzo[2]…
Cosa sarà passato nel cuore di Gesù? Certamente, sarà stato toccato da quelle sofferenze. Vengono prima di ogni altra considerazione e distanza.
Tuttavia, l’atteggiamento di Gesù non è scontato[3]. La riposta di Gesù sembra essere meravigliata: proprio io, venire a guarirlo? È una domanda piena di stupore, la domanda di un giudeo osservante che sa di non poter entrare in casa di un pagano[4].
Il centurione ne è consapevole. Non si ferma, però. Riconosce con verità, senza aprire una discussione, di non essere degno, ossia non idoneo, adeguato (oggi in ebraico si direbbe kasher), a causa della sua condizione di pagano, escluso dalla comunità di Israele e dal popolo di Dio.
Non si ritiene adeguato a far entrare Gesù in casa sua, non pretende che un ebreo entri in casa di un pagano, non discute di questa separazione e non vuole forzare la mano a Gesù.
È come se dicesse a Gesù (e Gesù lo coglie subito): non ho alcuna pretesa nei tuoi confronti. Tu sei tu e io sono io…, è così, non ho alcun merito da vantare nei tuoi confronti perché tu debba interessarti alla mia situazione. Ma so anche che questa mia inadeguatezza per te può non essere un ostacolo insuperabile, per te conta la buona notizia di Dio che porti.
Gesù apprende dall’affermazione consapevole del centurione il senso del Vangelo che egli sta annunciando, lo vede vissuto nella testimonianza di quest’uomo, a tal punto da esclamare: in Israele non ho trovato una fede di una tale qualità come quella di quest’uomo, un soldato straniero…
Gesù è stupito dal confronto con quest’uomo, che rilegge e condivide la propria realtà di centurione: so cosa vuol dire obbedire a una parola o dare un comando a qualcuno. Se io che sono solo un centurione sperimento l’efficacia dei miei comandi, a maggior ragione quanto sarà seria e importante la tua parola.
Gesù è toccato dalla fiducia di quest’uomo nella sua parola. Avverte in lui un atteggiamento che sembra dire: tu hai una parola efficace, una parola che quello che dice fa. Quando tu, mosso da Dio, pronunci una parola di misericordia, questa parola porta vita. È una parola che guarisce. A questa mi affido. Mi affido a te.
Gesù avverte che il centurione -non sa come e quando ne ha fatto esperienza- ha colto il senso della sua umanità e del suo annuncio. Quell’uomo intuisce di poter fare affidamento sulla misericordia e compassione di Gesù. In lui, soldato straniero, hanno fatto breccia e gli hanno aperto il cuore, spingendolo ad affidare a Gesù il suo bisogno e la sua supplica.
E Gesù ne è contento, per lui, per Dio, anche per sé…
[1] A Cafarnao, sulla riva del lago di Tiberiade, vivevano i primi discepoli, pescatori, con le loro famiglie. Era un luogo di passaggio obbligato per le carovane che venivano da oriente e andavano verso il Mediterraneo: città di incontro di culture, mentalità, lingue, commerci… e dunque luogo nel quale c’era chi si chiudeva nella propria identità e la difendeva e chi si apriva al dialogo. C’era anche una guarnigione di soldati, stranieri e pagani, che sorvegliavano il territorio. Il centurione era un “sottoufficiale” dell’esercito straniero, a capo di una centuria, composta da circa 60-100 uomini.
Proprio lì, a Cafarnao, Gesù decide di stabilire la sua “abitazione”, casa di riferimento da dove partiva e dove tornava nel suo percorrere in lungo e in largo la Galilea delle genti.
[2] In greco, ὁ παῖς μου: pare proprio che sia da preferire il significato di figlio-ragazzo piuttosto che quello di servo.
[3] Verrò e lo guarirò…, dice la traduzione CEI.
[4] Vedi in parallelo la vicenda della donna cananea in Matteo 15, 21-28.