La fede del centurione di Cafarnao – Seconda parte

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06 02 2025

Vangelo 5 – 2

La fede del centurione di Cafarnao – Prima parte 

Matteo 8, 5-13

 

Settimana scorsa, abbiamo avviato l’ascolto sull’incontro, in Cafarnao, tra Gesù e un centurione, un padre toccato profondamente dalla terribile malattia del figlio. Va da Gesù, confidando nella potenza della sua parola.

Nella prima traccia, oltre a mettere a fuoco il contesto in cui si svolge l’incontro, abbiamo cercato di ripercorre alcuni passaggi del racconto di Matteo 8,5-13, ritrovandoci testimoni del dialogo, fatto di bisogno, invocazione, fiducia, realismo e concretezza da parte del centurione.

Gesù si è lasciato coinvolgere e raggiungere da quelle parole, da quel grido di aiuto, da quella fede umile, essenziale, disarmata di un soldato pagano.

 

Scrive Enzo Bianchi: L’ascolto è la condizione essenziale per il dialogo. Dia-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture…; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare … è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate. Sono le strade che ha percorso Gesù di Nazareth e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte della relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti.

 

Quale esperienza il centurione ha vissuto, incontrando Gesù?

Proviamo a ritornare, con il centurione, all’esperienza da lui vissuta a tu per tu con Gesù. Il centurione, senza metterlo nel conto, è diventato apripista di tanti che giungeranno alla fede dalle “genti”. La sua è una testimonianza, una condivisione, una narrazione di cui abbiamo bisogno, anche noi, oggi.

Cosa ci può raccontare di Gesù e della sua umanità, trasparenza della vita, del bene, dell’amore che sono in Dio? Mettiamoci in ascolto.

Condivido con te, con voi, con chiunque desideri, che l’incontro con Gesù è stata una sorpresa dopo l’altra. Vivevo un grande dolore per la malattia di mio figlio, avevamo un bisogno grande di aiuto. A Cafarnao, arrivavano frammenti di racconti e parole di Gesù, delle sue beatitudini sul monte, della fiducia nel Padre suo che ha insegnato a chiamare Abbà e al quale rivolgersi, chiedendo con la fiducia dei figli (vibravano in me le invocazioni di mio figlio…) il pane di cui ogni giorno abbiamo bisogno…

Parole mai udite, piene di luce e di speranza. Sono entrate nel mio cuore angosciato. Hanno acceso il desiderio, di più, la necessità di incontrarlo, di vedere il suo volto, avvicinarmi, per quanto possibile a uno straniero, alla sua persona. All’uomo delle beatitudini e dell’Abbà avrei, come sapevo, consegnato il nostro bisogno. Aveva senso questa cosa? Sarebbe servito? Come avrebbe reagito Gesù davanti a un centurione pagano? Domande secondarie, davanti al dolore e al grido della vita. Le sue parole, giunte come preziosi frammenti, mi incoraggiavano ad andare incontro a Lui, appena sarebbe arrivato qui a Cafarnao.

Così è stato. Gesù si è lasciato incontrare e interpellare, si è fermato, proprio con me, gli ho subito manifestato il mio bisogno. Sarebbe dovuto venire a casa mia? Una richiesta sfacciata da parte di un soldato pagano. Non arrivava a tanto la mia domanda, non avevo questa pretesa. Avevo invece una fiducia nata da quelle parole di lui sul monte…le aveva veramente dette? Erano affidabili? Lui era l’uomo di quelle promesse? Il cuore mi diceva di sì. Per questo, con umiltà e con speranza, gli ho detto tutto d’un fiato: “no, non serve che tu venga a casa mia, c’è la tua parola: dà un ordine, dillo solo con una parola…mio figlio sarà guarito. Ho questa fiducia che la tua parola, non so neanch’io come, mi ha messo nel profondo del cuore”.

Mi sono ritrovato pure, nella mia estraneità, a portargli un esempio di quello che succede nel mio mestiere: “se io che sono subalterno, ho autorità sui miei soldati, quanto più la tua parola quello che dice realizza”.

Ogni tanto ripenso a queste frasi che mi sono venute, non conoscevo ancora la disponibilità di Gesù, pensavo di doverlo convincere, e supplicare con insistenza…

E invece… tante sorprese: mi ha accolto, mi ha ascoltato, si è lasciato raggiungere dal mio dolore e dal mio grido, si è molto meravigliato della fiducia che le sue parole avevano acceso, come non mi era mai successo con nessuno, nel mio cuore.

Ho come colto che, forse, finora, Lui ha seminato in abbondanza il seme della parola, ma tra la sua gente ha trovato spesso ristrettezze, meschinità, fraintendimenti…La sfiducia – succede tra gli uomini – serpeggia, l’invidia intossica, la gelosia rode. Ha raccolto difficoltà e protesta… Dev’essere stata terribile la solitudine di Gesù, fedele alla sua missione di rivolgersi solo “alle pecore perdute della casa di Israele”. Ho sentito in Gesù che di quello che gli dicevo lui si compiaceva, si rallegrava molto. Anzi – mi salgono le lacrime agli occhi solo a pensarci – lui diceva di me che avevo “una fede grande”, che non sapevo nemmeno quanto fosse bella. Lui ha visto questa rettitudine e questa bellezza in me!

La fiducia nella sua parola ha tirato fuori da me, mi viene da dire, il meglio che non sapevo nemmeno che un cuore umano possa tirar fuori, chissà da quale profondità.

Tutto il dolore di Gesù, raccolto in tanta semina nella speranza andata a vuoto, è esploso in quelle sue parole che mi rimarranno per sempre scolpite nel cuore: “amen, vi dico: in Israele non ho trovato in nessuno una fede così grande!”.

Con il mio “caso”, Gesù mostrava, a quelli che lo seguivano e ascoltavano il nostro inedito dialogo, come propriamente sperava che il suo messaggio fosse accolto: con una grande, lieta disponibilità, verso le sue parole: lì c’era la pienezza dell’amore di Dio che si effonde, l’audacia di Dio che dona se stesso e attende la fiducia del cuore. Tutto per tutto…

E non era finita lì, perché lui ancora a tutti diceva: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e si siederanno a tavola con Abramo, Isacco, Giacobbe nel regno dei cieli…”. Guardava lontano, sognava il raduno e la comunione di tutti i figli di Dio, dell’Abbà suo…

Quante cose ho ancora da scoprire da quell’incontro di vita vera. Non sapevo che a questo mondo potesse esistere un uomo con un cuore e una speranza così grande. Era lì, quel Gesù, la sua umanità, la sua accoglienza, la sua parola, il suo coraggio di vivere, la sua missione tra barriere e ostacoli, il suo amore per i pagani – una sorpresa per me inimmaginabile! – la cura per mio figlio e la mia famiglia…

Al culmine di tutto questo, la parola con cui mi ha congedato: “Va’ e ti avvenga come hai creduto!”. Non finisco di sentire ogni giorno in me la sua voce che mi dice ancora così. Sì, mio figlio è guarito, gli sono eternamente grato per la vita restituita, ma questa parola ha completamente trasformato la mia vita. “Come hai creduto, ti avvenga”! La fede è diventata il mio modo di stare al mondo. Per amore si nasce, per la fede si vive…

Non mi ha chiesto niente, neanche un grazie, non mi ha trattenuto, mi ha detto: va’, e vivi di questa fiducia…Vivi così i tuoi giorni sulla terra. Insegna questo a tuo figlio.

Vivrò così, in nome di Lui.

 


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