ITINERARIO DI AVVENTO – Il cammino di Maria ci apre alla confessio laudis, vitae, fidei

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15 11 2025

Itinerario di Avvento – 6

Il cammino di Maria ci apre alla confessio laudis, vitae, fidei

Attraverso le tracce inviate in questo Avvento, ho cercato di tenere viva la lampada dell’attesa del Signore. Ci siamo lasciati interrogare dall’esperienza delle 10 ragazze, cinque sagge e cinque stolte: Matteo 25,1-13.

Con la lampada dell’ascolto, ci siamo poi orientati all’incontro con Maria e con il suo cammino nella fede. Sant’Agostino la chiama Madre del Popolo fedele: dato che la grazia ci rende somiglianti a Cristo, Maria è l’espressione eminente dell’azione con cui Lui trasforma la nostra umanità; ed è anche la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può operare in un essere umano[1]

 

 

Per la confessio vitae riprendo qui di seguito i suggerimenti della traccia 3. Con Maria ci apriamo alla confessio laudis e alla confessio fidei.

Confessio laudis

– Benedetta tu, Maria, tra tutte le donne e benedetto il frutto del tuo grembo, Gesù!

– Ti benediciamo, o Padre, per il dono di Maria, come credente, come discepola e come madre.

– Grazie, o Padre, se, in questo Avvento, volgere lo sguardo a Maria ci ha avvicinato a Gesù.

– Grazie, Signore, per il dono del suo camminare nella fede, che sostiene e rafforza i nostri passi piccoli e incerti. La sua maternità ci incoraggia.

– Grazie perché in Myriam, ragazza di Nazaret, troviamo un’esistenza in ascolto della Parola, un’umanità che ha il coraggio del bene, una vita che si è lasciata attirare del tuo progetto di amore per l’umanità.

– Grazie a te, Signore, per il modo di essere di Maria: il suo ascolto, il suo timore, il suo turbamento, i suoi interrogativi e le sue domande, la sua interiorità, il suo dialogo concreto e costruttivo, il suo desiderio delle cose di Dio, la sua umiltà e il suo slancio pieno di entusiasmo, il suo discernimento e il suo coraggio, la sua capacità relazionale, la sua disponibilità e la sua libera fiducia, la sua docilità…

– Ti benediciamo, Signore, perché ognuno di questi aspetti, da Maria, è stato custodito e coltivato nella sua umanità. I tuoi doni, in lei, hanno trovato risposta e corrispondenza. Non se n’è impadronita per coltivare la propria grandezza, ma li ha lasciati crescere, vivendoli nella relazione con il Donatore dei doni.

– Grazie per la bellezza dell’umanità di Maria: semplice, autentica, che si fida di te, che accetta, senza temere, di dipendere dai tuoi doni e che corre il rischio di vivere della e sulla tua Parola.

– Grazie anche a te, Maria, e al tuo cammino, unito profondamente alla vita del tuo Figlio Gesù, il quale ha voluto che tu diventassi madre nostra e di tutta l’umanità.

– Grazie se entrando in relazione con te, Maria, scopriamo la preziosità del dono di starti vicino: una vicinanza contagiosa nella speranza e nel bene. La tua presenza materna ci attirerà a Gesù. E non vivremo più del nostro io, ma Cristo vivrà in noi (Gal 2,20).

 

Confessio vitae

Saggezza-stoltezza

Il Vangelo di Gesù mette in luce che saggio è chi costruisce la sua casa-vita sulla roccia; stolto, invece, è chi la costruisce sulla sabbia (Matteo 7,24-27). Immagini evidenti, con le quali non si può non essere d’accordo. Essere saggi… Essere stolti… Non è così semplice rileggere con queste due parole-chiave il nostro cammino di vita. Attraverso quali esperienze un po’ di saggezza è entrata ed è cresciuta dentro i miei anni? Qual è la storia della mia stoltezza? Sono disposto a riconoscerla in me? Come il Signore mi sta istruendo nella via della saggezza? Lo lascio fare, sono collaborativo o resisto? Quanto lavorio dell’amore per costruire un uomo, una donna, saggi… Il corteo nuziale, la festa a cui siamo invitati, è il test provvidenziale per verificare a che punto siamo… Cinque di esse erano stolte e cinque sagge…

Dietro alla fatica di trovare tempo per ascoltare il Signore e la sua Parola, non c’è il mio essere complice con la stoltezza, a cui, sotto sotto, sono affezionato? La vita con le sue occasioni è luogo e tempo perché si manifesti la saggezza e la stoltezza che ci abitano. Vieni, Signore, a fare verità sulla misura della loro presenza nel mio, nostro camminare.

Il tempo e il rapporto con il Signore

  • Penso che il tempo sia sempre tutto davanti a me, a mia disposizione, e di averne all’infinito?
  • Sono geloso del “mio” tempo?
  • Penso che dedicare del tempo a preparare la festa sia, sì, importante, ma non tanto quanto fare le mie cose?
  • Quanto tempo “do” al Signore nella mia giornata? Ogni giorno, c’è un tempo dedicato a Lui per cercare e coltivare la relazione con il Signore?
  • Mi metto a misurare il tempo “da dare” al Signore ed alla comunità?
  • Che impegno ci metto nei miei “preparativi”? Se qualcuno mi osservasse dall’esterno cosa potrebbe dire di me? “Si vede che ci tieni, si vede che ti interessa, si vede che…”: cosa “si vede”?

Verifiche necessarie…

  • Cosa penso dello sposo che comincia la festa senza di me?
  • Ce l’ho con lui perché è arrivato solo ora, mettendo in luce la mia preparazione approssimativa?
  • Voglio dimostrare qualcosa allo sposo? Voglio recuperare i miei meriti nei suoi confronti?
  • Cosa ci vuole per smuovere la mia coscienza e metterla al passo con la vita?
  • Penso di essere una coscienza già abbastanza “sveglia” e pronta da non aver bisogno di tenere accesa la lampada ogni giorno, ossia di coltivare l’ascolto con continuità?
  • Cosa alimenta ogni giorno la mia coscienza? Quale cibo quotidiano le riservo? Metto nella mia lampada l’olio dell’ascolto?

La porta chiusa…

  • Come vivo il confronto con la “porta chiusa”? Penso che lo sposo sia cattivo?
  • Come vivo questo essere “messo in situazione”? Passo il tempo a recriminare e contestare?
  • Penso che il Signore stia facendo verità nella mia vita oppure che il Signore ce l’abbia con me?
  • A quale di queste risonanze, entrambe presenti nella coscienza, di fatto mi trovo a dare spazio? Quale coltivo?

La via della saggezza, dono del Signore

  • Mi interessa entrare nella saggezza della vita, secondo la sapienza del Signore?
  • Desidero aprire il cuore alla speranza che viene da lui? Gliela chiedo?
  • Per me conta di più il “positivo” o il “negativo”? A che cosa sento che è attaccato maggiormente il mio cuore? Cosa sento che appesantisce la mia vita?
  • L’incontro con la saggezza e con le cose del Signore mi attira e mi dà gusto?
  • Chiedo al Signore di “tirarmi dentro” nella sua sapienza?

Lo Sposo, l’Agnello di Dio: ci invita alle nozze

Lo Sposo, Gesù, è venuto in questo mondo per occuparsi dei “saggi” secondo la propria sapienza e degli “stolti” secondo la propria stoltezza, perché attraverso la “stoltezza” della Croce (vedi Prima Corinzi 1-2), stolti e saggi di questo mondo abbiamo a entrare nella “sapienza di Dio”: finalmente “tutti e dieci” alla festa delle nozze del Regno, conquistati a caro prezzo dal sangue dell’Agnello.

  • Cosa può fare per me il Signore?
  • Cosa dico allo Sposo che viene per la festa delle nozze?
  • Desidero lasciarmi “sposare” dal Signore, cioè che Lui si leghi alla mia vita per portarmi alla pienezza della festa del Regno?
  • Come sarà questo Natale? Per me, per la mia famiglia? Quale attesa dello Sposo sto/stiamo coltivando?
  • Ho bisogno di chiedere al Signore di ravvivare la fiamma della mia vita? Desidero vivere una vita cristiana bella ed intensa?
  • Uso per questo la lampada e l’olio, ossia gli “strumenti” per l’attesa e per la festa?
  • C’è la preghiera? C’è l’ascolto della Parola del Signore? C’è la Riconciliazione? C’è la partecipazione all’Eucaristia? C’è la ricerca della fraternità e della comunità? C’è la carità? C’è il desiderio di conversione dalla stoltezza alla saggezza?

 

Confessio fidei[2]

– Sappiamo nella fede che la Chiesa impara da te, Maria, la propria maternità: nell’accoglienza della Parola di Dio che evangelizza; nel dono del Battesimo e dell’Eucaristia, e nell’educazione materna che aiuta i figli di Dio a nascere e a crescere. 

–  Sappiamo per dono che la fecondità della Chiesa è la tua stessa fecondità, o Maria. Questa fecondità si realizza in ciascuno di noi, ogni volta che riviviamo, “in piccolo”, ciò che tu hai vissuto: amare secondo l’amore di Gesù.

–  Riconosciamo che l’unione con Cristo, attraverso la grazia, ci unisce allo stesso tempo a te, Maria, con una relazione fatta di confidenza, tenerezza e affetto senza riserve.

– Maria, aiutaci a crescere nella vita spirituale. Tu, che sei “la piena di grazia”, insegnaci a ricevere la grazia, a custodirla e a meditare sull’opera che Dio compie nella nostra vita.

– Riconosciamo che solo il Signore infonde in noi la sua vita, dimora in noi come amico e ci rende partecipi della vita divina. Sappiamo al tempo stesso che tu, Maria, umilmente collabori per aiutarci ad aprire i cuori al dono del Signore.

– Nel tuo volto materno, Maria, vediamo riflesso il Signore che ci cerca, che viene incontro a noi con le braccia aperte, che si ferma davanti a noi, che si curva su di noi e ci solleva verso la sua guancia, che ci guarda con amore e che non ci condanna.

– Nel tuo volto materno, molti poveri riconoscono che il Signore «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).

– Il tuo volto di donna canta per noi, anche in questo Natale, il mistero dell’Incarnazione.

 

 

[1] Nota Mater Populi fidelis, 1

[2] Le parole di questa confessio fidei traducono in preghiera vari passaggi della Nota Mater Populi fidelis.

 


Itinerario di Avvento – 5

Il cammino di Maria

Mentre provavo a raccogliere qualche riflessione da condividere sul cammino nella fede di Maria, ha suonato alla porta una giovane mamma per chiedere un aiuto per poter fare il funerale della sua bambina, morta a 3 anni per un grave malattia. La bimba si chiamava Myriam, Maria, in arabo/ebraico… Una famiglia (di fede musulmana) che, nel dolore e nel bisogno, ha cercato un sostegno per accompagnare alla sepoltura la propria bambina. Ho pensato a santa Maria, li ho affidati a Maria.

Tu, santa Maria, donna dell’attesa e madre di speranza, prega per questa piccola e per i suoi cari. Accoglila con cura nel Paradiso di Dio, tu, che hai conosciuto la gioia, la trepidazione, il dolore e la speranza nel diventare madre, madre di Gesù e madre dell’umanità.

In ascolto della Parola con Maria

Maria è figlia della fede di Israele, un popolo che ascolta e custodisce la Parola del Signore. Maria è cresciuta, accogliendo e interrogando la Parola, desiderando che quella Parola si compisse alla perfezione.

Scorrendo il racconto dell’annunciazione, sono molteplici i rimandi alla Scrittura, intessuti nel dialogo tra l’angelo e Maria: continui riferimenti al cammino della storia della salvezza. Proviamo anche noi con Maria a lasciar risuonare queste voci. Leggiamo, ascoltiamo…:

  • Maria, hai udito l’invito alla gioia rivolto alla figlia di Sion?

Gioele 2,21 “non temere, terra, ma rallegrati e gioisci…”

Sofonia 3, 14-15 “rallegrati, figlia di Sion”?

Zaccaria 2,14 “rallegrati, esulta figlia di Sion”?

Zaccaria 9,9 “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!”.

  • Il Signore è con te: vedi le storie di Deborah (Giudici 4-5), di Giaele (Gdc 5,24-31), Giuditta (Gdt 13,18).
  • Maria, ti sei confrontata con la promessa fatta ad Abramo di una discendenza da una carne sterile. Hai desiderato che questa Parola si compisse? Tu hai ascoltato Genesi 18,14, insieme a Geremia 32, 27?
  • Hai conosciuto le storie di Tamar, Rahab, Ruth, Betsabea…?
  • Hai meditato sulle nascite “impossibili”, a partire da Sara, dalla moglie di Manoach, da Anna, moglie di Elkanà…?
  • Maria, cosa ti ha detto la promessa a Davide (2 Samuele 7) di una discendenza perpetua sul suo trono? Ti sei chiesta come si sarebbe realizzata questa promessa?
  • Maria, come ha risuonato in te la parola di Isaia (Is 7,14): “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emanuele”. E l’annuncio di Isaia 9,6?
  • E ancora, la tua attesa era guidata dalle parole di Daniele 7,14?
  • E la nube di Esodo 40, 34-35: un’immagine eloquente? Così su di te e in te, Maria!

La seconda effusione dello Spirito nella vita di Maria

Maria, attraverso il saluto dell’angelo, riceve piena luce sul dono di Dio che la abita fin dal concepimento. Ora, per questo, è invitata a un nuovo passo. Quella prima effusione dello Spirito nella sua vita è in vista di una nuova effusione: per generare, se disponibile, nel suo grembo e con tutta la sua esistenza, un figlio, Gesù, il figlio dell’Altissimo, il figlio di Dio! Lo Spirito Santo scenderà su di te… Una nuova, decisiva esperienza dello Spirito, travolgente e totalizzante. Grazie, santa Maria, che hai accettato di diventare madre di Gesù.

Ecco la serva del Signore. Per te vivere, d’ora in poi, sarà essere al suo servizio, partecipare al suo stesso progetto. L’amore che ti muove conta più della tua vita. Non fai del tuo io il centro del mondo. Non ti appartieni più, servire è il tuo supremo atto di libertà. C’è una frase di Sant’Agostino che esprime bene il senso dell’essere servo: servum te faciat caritas, quia liberum te fecit veritas. Ossia: poiché libero ti ha reso la verità, servo ti faccia l’amore. Tu, Maria, la serva del Signore! E hai aggiunto: γένοιτό μοι! sono felice di ciò che hai promesso, desidero con gioia, con entusiasmo, che la tua promessa si compia. Avvenga per me, avvenga del mio corpo, del mio futuro, avvenga del cuore, quello che Dio vuole. Maria, ti sentiamo: la tua è parola di desiderio sincero e profondo. Grazie, santa Maria! Hai camminato nella speranza e nella fede, anche per noi.

Contempliamo con Maria il concepimento e i 9 mesi della gravidanza

Non so se qualche volta ci è capitato di pensare ai 9 mesi della gravidanza di Maria. Su questo, abbiamo bisogno più che mai del racconto e della sapienza delle donne e delle madri. Nel nostro tempo le gravidanze e le nascite sono diventate quasi un’eccezione…stiamo invecchiando senza il dono di figli e figlie, speranza dell’umanità futura. La gravidanza di Maria (e di tutte le mamme che servono la vita) è Parola di Dio. “Egli” diventa uomo nel grembo di una donna. Facciamo fatica, noi, ad ascoltare questa Parola-invito alla vita. 

I 9 mesi della gravidanza per Maria, come per ogni madre, ma di più di ogni donna che lo diventa, sono stati un vero camminare nella fede. Sarebbe bello, con il contributo di tutti, e in modo particolare delle donne, aiutarci a ricostruire questo tratto del cammino di Maria. Qualche spunto iniziale per aiutarci a percorrere questo prezioso sentiero di fiducia nella vita, nel futuro, nelle relazioni, nel Signore.  

Concepimento e inizio della gravidanza

Maria si accorge in lei dei segni della gravidanza senza aver conosciuto un uomo. Si apre il discernimento sulla novità che germoglia in lei. Il suo vissuto probabilmente è accompagnato da quanto dice Paolo: 22Il frutto dello Spirito…è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Galati 5,22). Lo Spirito accompagna il suo discernimento: nulla è impossibile a Dio. Un po’ alla volta Maria prende consapevolezza del cambiamento del suo corpo, che si sta trasformando in modo progressivo e misterioso.

Primi tre mesi

Sono il tempo incerto e delicato di ogni gravidanza. Maria va da Elisabetta: con lei può condividere la gravidanza. Possono comprendere il dono delle nascite straordinarie. Due donne poste di fronte alla potenza creativa di Dio. Coinvolte in questa avventura, esposte all’incomprensione degli altri. Nel loro incontro una condivisione reciproca del mistero che le abita. Trovano la forza di assumere, in modo solidale, la loro condizione eccezionale. Solo dopo l’incontro con Elisabetta esplode la gioia di Maria. Elisabetta è solidale, in ascolto, visitata anche lei dallo Spirito: aiuta Maria a rileggere il piano di Dio e a cantarlo nel Magnificat.

Quarto mese

Maria torna a Nazareth. È il momento del confronto con i parenti, soprattutto del dialogo profondo e decisivo con Giuseppe. Quanto questa coppia ha camminato insieme in questi mesi! Ha molto da dirci la loro relazione, accompagnata dal quel bambino, frutto del grembo di Maria. La presenza del bambino è chiaramente percepibile, conferma della promessa e della fedeltà di Dio. Ora Maria ha un contatto diretto e sensibile con il mistero che la abita, un’esperienza dell’amore di Dio in tutte le sue dimensioni. Cresce una relazione intima e segreta di Maria con Gesù, figlio proprio, ma soprattutto figlio dell’Altissimo. Maria apprende questo attraverso il tatto, mentre percepisce la presenza e i movimenti del bambino. In lei matura la propria esperienza della potenza creativa di Dio: si rivela, per la prima volta nella storia, nella carne del figlio, che germoglia e cresce nel suo grembo!

Verso la fine della gravidanza

Il tempo della gravidanza è tempo di grazia speciale per Maria, tempo di intimità col figlio che è Dio, tempo di scambio affettuoso, in cui il bambino si nutre della madre e la madre è consolata dalla presenza del figlio. Tutto questo sostiene Maria nella avventura di vita e di morte che questo cammino comporta.

Ogni gravidanza è per dare alla luce il figlio, è a termine, finisce questo tempo: il bambino deve nascere. Con l’avvicinarsi delle ultime settimane, Maria avrà sentito il ventre diventare sempre più pesante e il respiro più corto. Cresce in lei il desiderio di vedere il suo bambino e di stringerlo tra le braccia. Si prepara al parto, con una certa trepidazione. Ma, a questo punto, il racconto ci porta al cammino di Maria e Giuseppe verso Betlemme, si apre il racconto del Natale di Gesù…Una nuova avventura di vita.

 


 

Itinerario di Avvento – 4

Il cammino di Maria

Cara Comunità, ci siamo messi in cammino, le lampade accese, incontro al Signore che viene? E se tarda, lo sposo, come ci comportiamo tra di noi nel tempo del suo tardare? In attesa del “già”, quale tipo di umanità scegliamo di costruire nel “non ancora”?

Nel nostro tempo, il “non ancora” che stiamo vivendo, ogni giorno, follemente, si agitano progetti e proclami di guerre, mostrando di non aver imparato la lezione tragica e amara di molte esperienze passate. Folli. Insensati. Avidi. Accecati dal miraggio del potere. Povera umanità…

Ci vogliono almeno cinque ragazze sagge che facciano luce nella notte da attraversare. La comunità cristiana è pronta e partecipe, nel gruppo delle cinque sagge? Volgiamo a questo punto lo sguardo a una di queste ragazze, la “benedetta fra tutte le donne”, Maria. Ha senso questo volgere lo sguardo a Maria? O è un passaggio piuttosto “convenzionale” (si sa, è Avvento)? Davvero questo mondo, con tutti i suoi problemi, farebbe bene a volgere lo sguardo a Maria? Sì, per tanti e validi motivi, da scoprire e riscoprire. In ogni caso, da sempre, il Padre di tutti, Lui, ha rivolto il suo sguardo a questa sua umile serva.

Qual è stato, anche per noi, il camminare nella fede di questa sorella e madre, santa Maria? Il cammino nella fede, che porta alla nascita di una nuova umanità, si sviluppa a partire dal dono di Dio, dalla sua iniziativa, da una particolare azione dello Spirito, la potenza creativa di Dio. Al dono corrisponde la libera risposta della creatura umana. Per Maria, possiamo riconoscere tre eventi particolari dell’effusione dello Spirito, che hanno determinato una tappa nuova e singolare del suo cammino di fede:

  • La “preistoria” di Maria: il concepimento immacolato[1]
  • Il concepimento e la nascita verginale di Gesù
  • Il mistero pasquale.

La prima effusione dello Spirito, nella preistoria di Maria

Come per ogni essere umano, vi è una storia che precede la consapevolezza: un tempo non ancora riflesso, che diventa esperienza solo nel momento in cui viene riletto, narrato, custodito nella memoria. Questo per Maria accadrà nell’incontro con l’angelo dell’annunciazione. Il mistero dell’identità di Maria si è formato nel tempo e nello spazio, dentro una rete di legami e di promesse.   La tradizione, legata in particolare al Protovangelo di Giacomo, attesta il nome dei genitori di Maria: Gioacchino e Anna. Se la nascita di Gesù è da collocare intorno al 6 a. C., all’epoca Maria doveva avere, secondo le usanze del tempo, circa 13 anni. Poteva dunque essere nata intorno al 19 a. C.[2] Veniamo però alla sostanza. Secondo la Scrittura, ogni nascita è un miracolo: la potenza creativa di Dio interviene in modo misterioso ma immediato nel concepimento di ogni essere umano.  Lasciamocelo dire direttamente dal salmo 139:

 

13 Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
14 Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio!

 

Ce ne parla anche la vicenda del profeta Geremia (1,5):

5“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”.

Torniamo a Maria[3]. Il dialogo dell’angelo con Maria si apre con l’annuncio di un dono già elargito in precedenza. L’angelo esordisce con il chaire, rallegrati, un invito alla gioia messianica. Maria subito dopo viene chiamata piena di grazia, un verbo che indica un cambiamento operato dalla grazia (kecharitoméne). La forma di questo verbo è un participio perfetto passivo: la trasformazione, in altre parole, ha già avuto luogo, in un tempo precedente all’annuncio dell’angelo. Maria è invitata a riconoscere il dono ricevuto, in vista della missione che sta per essere affidata: diventare la madre del Figlio di Dio. In quanto madre e educatrice del Figlio di Dio, primogenito della creazione nuova, viene richiesta a Maria una capacità di stare nel e al mondo, di amare, di donarsi al Figlio e di educarlo non condizionata dall’ombra del peccato, ossia dall’incapacità di riconoscere il dono di Dio e di rispondervi liberamente. La libertà dell’essere umano Gesù rispetto ai vincoli del peccato, che si trasmettono di generazione in generazione, inizia con il dono della concezione immacolata di Maria. Dio interviene, dunque, inondando il grembo di Anna con una straordinaria effusione dello Spirito, in modo da proteggere la piccola Maria dalle conseguenze del peccato del mondo, evitando di introdurla in quella sottile rete di condizionamenti, di violenza e di paura in cui gli esseri umani si trovano misteriosamente e da sempre coinvolti. Grazie alla sua concezione immacolata, in Maria abita fin da subito tutta la ricchezza e la forza, l’ordine la bellezza del nuovo essere umano inteso da Dio plasmato e santificato nella relazione intima con lui. Una pienezza di grazia che, in un graduale cammino di crescita e maturazione suscita e interpella la libertà di colei che l’ha ricevuta.

Pur avendo già ricevuto il dono della santità nella sua concezione, Maria avrà bisogno di tempo e di un accompagnamento adatto per imparare a riconoscere, comprendere e corrispondere a quanto ricevuto. Il tempo che va dal concepimento immacolato all’incontro con l’angelo non è un tempo vuoto, per quanto i Vangeli non ne parlino. È infatti il tempo in cui Maria è affidata all’educazione dei genitori, chiamati in quanto tali ad aiutarla ad assumerne in prima persona la responsabilità, cioè imparare a riconoscere e a corrispondere al dono che essi hanno accettato a nome suo. Anna e Gioacchino sono il meglio di Israele, si sono aperti ad accogliere il dono che Dio fa, in Maria, all’intera umanità. La famiglia di Maria incarna la spiritualità dei poveri di YHWH, impegnandosi attraverso l’osservanza della legge a diventare giusti e pii agli occhi di Dio e, quindi, ricevere in dono da lui la salvezza.

Anna era quasi certamente analfabeta. Pur non sapendo leggere, poteva partecipare a una ricca tradizione culturale e religiosa, attraverso il potere della parola parlata di una cultura orale. Ascoltava e meditava costantemente la Scrittura, in famiglia e in sinagoga; dalle donne della sua famiglia aveva imparato la coltivazione, la preparazione degli alimenti, la tessitura e la confezione di abiti, insieme a canti, racconti da recitare a memoria, che tramandavano la cultura e la storia del popolo; infine aveva imparato le preghiere e i riti della liturgia d’Israele. Le vicende delle eroine bibliche le offrivano un modello di femminilità fortemente caratterizzato da intraprendenza, consapevolezza della propria dignità e del proprio ruolo di collaboratrice privilegiata del Creatore nella trasmissione e nella cura della vita. Maria, cresciuta accanto alla madre, fino al momento del proprio matrimonio, condivide con lei e le altre donne della famiglia il lavoro di casa e l’accudimento dei bambini, preparandosi così ad assumere la responsabilità della propria futura famiglia.

Il mistero dell’immacolata concezione di Maria dunque si realizza all’incrocio tra il dono di Dio e la capacità di accoglierlo, di custodirlo e di farlo crescere, maturata da Israele con la sua fede nel corso dei secoli, e come ricapitolato nella coppia di genitori santi che l’hanno messa al mondo. La vicenda di Maria si distende nel tempo. È capace di aprirsi al nuovo, perché non comincia da zero, ma impara dall’esperienza di chi l’ha preceduta. Maria, prima di diventare madre, ha avuto la grazia di essere figlia.

 

[1] Lumen gentium, 56: …Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura.

[2] Dove è nata Maria? A Gerusalemme o a Nazareth? Gli argomenti più convincenti portano a Nazareth.

[3] Nelle note che seguono, ho ripreso in modo sintetico alcuni spunti tratti da L. Pocher, Maria di Nazaret. Una biografia teologica, EDB, 2025, pp. 135-149.

 


Itinerario di Avvento – 3

Matteo 25, 1-13

Come una donna in grembo, mio Signore,

porta la vita nuova del figlio che l’è dato,

così la terra intera attende il tuo ritorno.

 

Resto col lume acceso, mio Signore,

rendi la mia speranza più forte dell’attesa,

se tu mi stai vicino quel giorno ti vedrò.

 

Cara Comunità,

entriamo nella terza domenica di Avvento, il cammino che risveglia in noi il desiderio e l’attesa del Signore, Colui che è il Veniente!

Prima di passare, nelle prossime settimane, al racconto di Maria attraverso il Vangelo dell’annunciazione, vorrei chiedere a me, a ciascuno di voi la pazienza di sostare ancora un po’ su Matteo 25.

Di questo grande capitolo escatologico, qualche domenica fa, abbiamo riletto il racconto del giudizio finale e, da un paio di settimane, ci stiamo confrontando con il racconto delle 10 ragazze chiamate ad andare incontro allo sposo nella festa delle nozze. Tra queste due pagine sta la parabola dei talenti, che leggeremo in un’altra occasione. Matteo 25,1-13 (10 ragazze) e Matteo 25, 31-46 (giudizio finale) si fanno voce dello Spirito per noi, ora, se ci disponiamo al loro ascolto.

È il momento di lasciarci interrogare da questa Parola. Siamo disponibili a lasciarci leggere dentro dalla sapienza e dalla forza di vita del Vangelo del Regno? Di seguito mi soffermo solo sul racconto delle 10 ragazze e sugli spunti esistenziali che possiamo raccogliere.

L’invito e i preparativi per le nozze

L’antefatto di questo racconto è l’invito dello sposo a far parte del corteo nuziale, ciascuna con la propria lampada.

Il Signore, attraverso quali inviti, mi è venuto incontro? Quali inviti del Signore sono diventati importanti nella mia esistenza? Cosa è successo in seguito a tali inviti? A quali non ho ancora risposto o non sto rispondendo? Cosa mi trattiene?

Ho raccontato e condiviso con qualcuno come il Signore sia venuto a cercarmi e mi abbia fatto sentire il suo invito? E’ bene raccontarci gli uni gli altri le vie di salvezza che il Signore intraprende con ciascuno.

Saggezza-stoltezza

Il Vangelo di Gesù mette in luce che saggio è chi costruisce la sua casa-vita sulla roccia; stolto, invece, è chi la costruisce sulla sabbia (Matteo 7,24-27). Immagini evidenti, con le quali non si può non essere d’accordo.

Essere saggi… Essere stolti… Non è così semplice rileggere con queste due parole-chiave il nostro cammino di vita. Attraverso quali esperienze un po’ di saggezza è entrata ed è cresciuta dentro i miei anni? Qual è la storia della mia stoltezza? Sono disposto a riconoscerla in me? Come il Signore mi sta istruendo nella via della saggezza? Lo lascio fare, sono collaborativo o resisto? Quanto lavorio dell’amore per costruire un uomo, una donna, saggi… Il corteo nuziale, la festa a cui siamo invitati, è il test provvidenziale per verificare a che punto siamo… Cinque di esse erano stolte e cinque sagge…

Dietro alla fatica di trovare tempo per ascoltare il Signore e la sua Parola, non c’è il mio essere complice con la stoltezza, a cui, sotto sotto, sono affezionato? La vita con le sue occasioni è luogo e tempo perché si manifesti la saggezza e la stoltezza che ci abitano. Vieni, Signore, a fare verità sulla misura della loro presenza nel mio, nostro camminare.

Il tempo e il rapporto con il Signore

  • Penso che il tempo sia sempre tutto davanti a me, a mia disposizione, e di averne all’infinito?
  • Sono geloso del “mio” tempo?
  • Penso che dedicare del tempo a preparare la festa sia, sì, importante, ma non tanto quanto fare le mie cose?
  • Quanto tempo “do” al Signore nella mia giornata? C’è tempo espressamente dedicato a Lui nella mia vita?
  • Mi metto a misurare il tempo “da dare” al Signore ed alla comunità?
  • Che impegno ci metto nei miei “preparativi”? Se qualcuno mi osservasse dall’esterno cosa potrebbe dire di me? “Si vede che ci tieni, si vede che ti interessa, si vede che…”: cosa “si vede”?

Verifiche necessarie…

  • Cosa penso dello sposo che comincia la festa senza di me?
  • Ce l’ho con lui perché è arrivato solo ora, mettendo in luce la mia preparazione approssimativa?
  • Voglio dimostrare qualcosa allo sposo? Voglio recuperare i miei meriti nei suoi confronti?
  • Sento invidia nei confronti delle “sagge”? Vorrei sminuirle agli occhi dello sposo?
  • Cosa ci vuole per smuovere la mia coscienza e metterla al passo con la vita?
  • Penso di essere una coscienza già abbastanza “sveglia” e pronta da non aver bisogno di tenere accesa la lampada ogni giorno, ossia di coltivare l’ascolto con continuità?
  • Cosa alimenta ogni giorno la mia coscienza? Quale cibo quotidiano le riservo? Metto nella mia lampada l’olio dell’ascolto?

La porta chiusa…

  • Come vivo il confronto con la “porta chiusa”? Penso che lo sposo sia cattivo? O comunque esagerato?
  • Come vivo questo essere “messo in situazione”? Passo il tempo a recriminare e contestare?
  • Penso che il Signore stia facendo verità nella mia vita oppure che il Signore ce l’abbia con me?
  • A quale di queste risonanze, entrambe presenti nella coscienza, di fatto mi trovo a dare spazio? Quale coltivo?

La via della saggezza, dono del Signore

  • Mi interessa entrare nella saggezza della vita, secondo la sapienza del Signore?
  • Desidero aprire il cuore alla speranza che viene da lui? Gliela chiedo?
  • Per me conta di più il “positivo” o il “negativo”? A che cosa sento che è attaccato maggiormente il mio cuore? Cosa sento che appesantisce la mia vita?
  • L’incontro con la saggezza e con le cose del Signore mi attira e mi dà gusto?
  • Chiedo al Signore di “tirarmi dentro” nella sua sapienza?

Lo Sposo, l’Agnello di Dio: ci invita alle nozze

Lo Sposo, Gesù, è venuto in questo mondo per occuparsi dei “saggi” secondo la propria sapienza e degli “stolti” secondo la propria stoltezza, perché attraverso la “stoltezza” della Croce (vedi Prima Corinzi 1-2), stolti e saggi di questo mondo abbiamo a entrare nella “sapienza di Dio”: finalmente “tutti e dieci” alla festa delle nozze del Regno, conquistati a caro prezzo dal sangue dell’Agnello.

  • Cosa può fare per me il Signore?
  • Cosa dico allo Sposo che viene per la festa delle nozze?
  • Desidero lasciarmi “sposare” dal Signore, cioè che Lui si leghi alla mia vita per portarmi alla pienezza della festa del Regno?
  • Come sarà questo Natale? Per me, per la mia famiglia? Quale attesa dello Sposo sto/stiamo coltivando?
  • Ho bisogno di chiedere al Signore di ravvivare la fiamma della mia vita? Desidero vivere una vita cristiana bella ed intensa?
  • Uso per questo la lampada e l’olio, ossia gli “strumenti” per l’attesa e per la festa?
  • C’è la preghiera? C’è l’ascolto della Parola del Signore? C’è la Riconciliazione? C’è la partecipazione all’Eucaristia? C’è la ricerca della fraternità e della comunità? C’è la carità? C’è il desiderio di conversione dalla stoltezza alla saggezza?
  • In quanto Comunità, in che cosa, a partire da questa parabola, il Signore ci chiama a conversione?
  • Come Comunità, prendiamo l’olio delle vie e degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, il riferimento più significativo nella Chiesa di questi 60 anni, insieme con gli inviti “recenti” alla sinodalità?

 

Tante domande: molti, infatti, ce ne stiamo forse accorgendo, sono gli aspetti dischiusi da questo racconto.

Alla luce di questa Parola, invito me, ciascuno di noi a sostare sulla parte o sulle parti che avvertiamo come più illuminanti per il cammino.

L’attesa: chi è desto, non sonnacchioso, si lascia interrogare, si mette in ascolto, accende il proprio lume così da attendere il Signore che viene, e si prepara alla festa. Sarà Lui la nostra festa, la nostra gioia, la nostra pace.


Itinerario di Avvento – 2

Matteo 25, 1-13

                         Chiedo alla mia mente

coraggio di cercare,

chiedo alle mie mani

la forza di donare,

chiedo al cuore incerto

passione per la vita

e chiedo a te fratello

di credere con me.

Io so quanto amore chiede

questa lunga attesa

del tuo giorno o Dio;

luce in ogni cosa io non vedo ancora,

ma la tua parola mi rischiarerà.

(PA. Sequeri)

 

Cara comunità, l’Avvento ci invita all’incontro con il Signore che viene. Risuonano diversi appelli: risvegliarsi dal sonno, attendere, uscire incontro, prepararsi, essere desti… sono solo parole a cui, a lungo andare, si fa l’abitudine? Anche le parole possono diventare stanche e vuote. E noi con esse.

Viene la Parola del Signore a dare senso, ad accendere un fuoco, una luce, a essere voce che irrompe e scuote, se scegliamo la via dell’ascolto.

La prima traccia, settimana scorsa, introducendoci nel clima del racconto delle 10 damigelle, ci ha detto che, dietro la stoltezza della superficialità, c’è la trascuratezza dell’ascolto, un rapporto sciatto con la realtà. Ascolta, preparati, fa quello che serve, se vuoi veramente partecipare alla festa delle nozze. Ci vuole l’assennatezza di chi è in ascolto della vita e della realtà.

Seconda traccia: proviamo ad addentrarci nel racconto. Ricordiamo un criterio-guida: leggere il Vangelo con il Vangelo, nel contesto più ampio. C’è un mondo da scoprire. Affidiamoci dunque a un ascolto più attento e scorriamo diversi passaggi:

Matteo 24,42-51; 7, 24-27; 7, 21-23; Luca 13,22-30; Luca 12,35-40; Matteo 5, 14-16; Apocalisse 19,6-9…

Tutti questi brani? Almeno questi… Per non ritrovarci in compagnia delle 5 damigelle che dicono: l’olio che abbiamo ci basta, non ci serve prendere altro… Guarda che l’olio è a disposizione, è donato gratuitamente, perché ciascuno che vuole possa rabboccare con sapiente misura i propri piccoli vasi!

A un primo sguardo, nessuno dei protagonisti della parabola sembra fare una bella figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge si rifiutano di aiutare le compagne; il padrone chiude la porta di casa, cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava alle nozze, entrava e usciva dalla casa in festa… Leggendo vien da dire: ma quanto sono antipatiche queste ragazze assennate.

Ma lasciamoci piuttosto contagiare dalla bellezza dell’immagine iniziale: il Regno di Dio è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Per andare incontro a qualcuno. Il Regno dei cieli, il mondo come Dio lo sogna, è simile a chi va incontro, è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, «uno sposo», in fondo alla notte. Ci crede.

Ora, intuiamo che partecipare a questa festa è un dono: dono l’invito e dono la libertà di entrare. La mia parte è la mia lampada e io devo fare la parte che mi è stata assegnata. Spiace per le altre damigelle, perché tutti ci perdiamo senza di loro, c’è una sofferenza nella corresponsabilità, perché la festa non viene come avrebbe potuto. Ma bisogna prendere sul serio le scelte di ciascuno.

Si tratta della festa della vita. Per vivere e celebrare la festa della vita bisogna stare al passo con la vita. Per stare al passo con la vita, bisogna stare al passo con la realtà, bisogna interagire con la realtà. La pigrizia e la superficialità impediscono di tenere gli occhi aperti, le orecchie aperte, i piedi per terra, perché tutto questo costa fatica. Viviamo all’inseguimento del passato, in eterno ritardo sugli appuntamenti della storia.

La festa della vita ci invita a tuffarci, a partecipare, a fare ciascuno la propria parte. Ma qualcuno, a quanto pare, si trova a seguire la strada delle stolte. Il loro sentiment, come oggi si dice, suona più o meno così: se la vita c’è, bene, se va avanti per i fatti suoi, ancora meglio. Se il treno va, corre, bene; ma se a questo io devo dare contributo, collaborazione, se devo prendere la pala per buttare nella caldaia della locomotiva un po’ di carbone perché il treno continui la sua corsa, allora è un’altra cosa.

Però, la cosa decisiva è un’altra: nel mezzo della notte una voce grida: ecco lo sposo! Dio è una voce che mi risveglia, un grido nel cuore della notte.  

Il ritardo dello sposo è l’elemento-chiave: è lì dove si vede il comportamento lucido o meno delle ragazze. Il tardare fa capire che è importante come tu ti comporti, non perché lo sposo è lì, vicino, presente, ma perché tu hai piena fiducia in lui e lui ha piena fiducia in te e ti comporti di conseguenza.

Le 5 stolte solo ora si accorgono che hanno fatto una scelta sbagliata, non hanno portato olio a sufficienza, le lampade stanno per spegnere. Le sagge rispondono con lucidità. Non è una questione di solidarietà, ma di lucidità, bisogna garantire l’accoglienza, preparare la strada. La strada deve essere illuminata allo sposo, è meglio un corteo dimezzato con un po’ di luce piuttosto di un arrivo, dello sposo, al buio.

L’olio rappresenta la sapienza del cuore, qualità che permette alla fiamma della vita di ardere e di illuminare sui tempi lunghi. Un amore per il Signore che va ben oltre l’emozione momentanea e si radica in una scelta matura e consapevole. Ecco perché le ragazze sagge non posso condividere il loro olio. Ci sono cose che si possono insegnare e altre che non si possono trasmettere agli altri. Ci sono qualità del cuore che si acquisiscono solo scegliendo di far propria una proposta e decidendo di sperimentarla sulla propria pelle. Il senso profondo di queste parole è un richiamo alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, essere buono o onesto al posto mio, desiderare Dio per me. Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me?

Care stolte, è necessario che qualcuno vi dica: “Non vi conosco” perché impariate che la vita è una cosa seria. Che l’amore umano è una cosa seria. Che la solidarietà è seria. Che accompagnare queste nozze è cosa seria: è in gioco il futuro dell’umanità. Andate e meditate. Che la prossima volta vada meglio.

Durissime le parole da dietro la porta sbarrata: non vi conosco. Proprio Lui che diceva: bussate e vi sarà aperto. Questa durezza sottolinea il «caso serio» della fede, invita a non perdere l’ultima occasione della vita, la più importante: l’incontro con lo Sposo. Ci viene detto ora, nel cammino, nel tempo delle scelte, perché l’incontro con lo Sposo non sia così. Tu, quando verrai, Signore Gesù, insieme vorrai far festa con noi. E senza tramonto la festa sarà, perché finalmente saremo con te. Tu, quando verrai, per sempre dirai: “Gioite con me!”.

In definitiva, la nostra forza sarà quella Voce: anche se tarda, di certo verrà, a ridestare la vita. Perciò, riempiamo con intelligenza i piccoli vasi della nostra esistenza. Colui che tarda verrà, voce che risveglia, porta che si apre, splendore di un abbraccio in fondo alla notte… Non temiamo: sarà Lui, lo Sposo, a varcare la notte. 

Cosa possiamo fare in famiglia, in questo tempo? Scelte semplici, ma che possono portare una qualità diversa nel nostro vivere insieme: una prima indicazione:

ogni sera, al termine della cena in famiglia, accendere la lampada per indicare il nostro desiderio di andare incontro al Signore. Un po’ di silenzio, leggiamo una frase del vangelo delle 10 ragazze, condividiamo la preghiera che il Signore ci suggerisce, il Padre nostro per concludere. Il Signore viene e verrà in mezzo a noi.


 

Itinerario di Avvento – 1

Matteo 25, 1-13

E noi saremo casa per chi non ne ha,

saremo la tua forza per chi è debole.

E tu sarai lo Spirito di libertà,

il nostro fuoco, la nostra gioia.

Intoneremo canti di fraternità,

avremo il lume acceso quando tu verrai;

e tu sarai la vita che non muore mai:

la nostra luce, la nostra pace!

(PA. Sequeri)

 

Mentre pensavo al nuovo itinerario di ascolto del Vangelo, mi sono tornate in mente le parole di questo canto, poco noto, ma con un testo luminoso, da tenere vivo nella memoria, come Comunità, mentre siamo in cammino, con tutta l’umanità, verso il Regno.

Cari uditori della Parola, la Chiesa ci chiama nel tempo di Avvento alla vigilanza, a essere svegli, pronti, in attesa dello Sposo che viene per le nozze.  Vegliare: cosa significa, in concreto? Che importanza ha? Come vegliare? In attesa di chi?

Viviamo in un tempo segnato dalla cultura della “vigilanza” su tanti aspetti della vita sociale, economica, politica…[1]

Ma vegliamo su noi stessi, sul nostro essere in ascolto, sul nostro cammino, sulla relazione con il Signore, lo attendiamo? Perché vegliare e attendere? E com’è una comunità che attende? “Avremo il lume acceso quando tu verrai? Sarai la nostra vita, la nostra luce, la nostra pace?”.

Lasciamo alla sapienza del Vangelo di svelare noi a noi stessi: ci mostrerà se siamo pronti, in attesa dello Sposo che giunge per la festa delle nozze. Per entrare nell’Avvento, mettiamoci in ascolto di Matteo 25, 1-13, la parabola delle 10 damigelle con le lampade per le nozze. Facciamo, con questa traccia, un primo ingresso nel racconto.

Queste dieci sono le dieci damigelle d’onore alle quali lo sposo ha affidato il compito, ha fatto l’onore di chiedere di partecipare alla festa delle sue nozze. Il vestito, le prove, il maestro delle cerimonie, i fiori, i festoni, le danze… le lampade… che onore! Siete state scelte, tra tante, ora prendete le cose sul serio e predisponete tutto il necessario… Ci tieni a partecipare alla festa, io ti sono caro, ti è gradito questo invito?

II contesto della festa è tipicamente mediorientale. La festa dura a lungo, non è programmato che si svolga di notte, ma può succedere, perché, secondo le tradizioni, la festa va introdotta attraverso una serie di cerimonie, di rituali. La più importante di queste cerimonie è la trattativa fra lo sposo e la famiglia dello sposo, da una parte, e la famiglia della sposa dall’altra: è la trattativa con la quale lo sposo e la famiglia dello sposo chiedono alla famiglia della sposa il consenso al matrimonio, e quindi di lasciar uscire di casa il loro tesoro, quel tesoro di figlia, e la famiglia della sposa che resiste e dice no, no, no… È un modo per fare festa, in realtà i patti nuziali sono già stati tutti fatti. Però la tradizione si è compiaciuta nel corso dei secoli di arricchire la festa delle nozze attraverso questa sceneggiata. E quando si vuol fare festa sul serio, la sceneggiata si prolunga. Nelle culture orientali, grazie a Dio non ancora bacate dall’ansia e dalla fretta di noi occidentali, ci si concede ancora lunghi tempi per coltivare le relazioni interpersonali. C’è il tempo di far festa davvero, non si fa festa con l’orologio in mano. Allora, quando vogliono far festa davvero, le famiglie si impegnano, e lo sposo con i suoi familiari insiste, prega, supplica, chiede l’intercessione, intervengono i mediatori, gli intermediari, che mettono la cosiddetta buona parola. Dall’altra parte, la famiglia della sposa non vuole dire di no, ma tergiversa, fa questioni, difficoltà. Tutto questo in pubblico, con concorso di popolo, i parenti, gli amici, tutti quanti, i presenti che tifano. La nascita di una nuova famiglia era un parto del travaglio sociale, quest’uomo e questa donna si sposano e tutti sono responsabili, la collettività partecipa a questo, è una rete di solidarietà a difesa del futuro della famiglia, un modo di celebrare l’amore umano. “No, no, no, ci dispiace dirvi di no, ma non possiamo, non possiamo”, “Ma come non potete?”, e così via… Nel frattempo, gli invitati aspettano. Nel locale destinato ai festeggiamenti, gli invitati attendono, e nel frattempo chiacchierano tra di loro, e si domandano come va, come non va. Ci sono i messaggeri che fanno la spola dalla casa della sposa al luogo dove si deve svolgere la festa, probabilmente la casa dello sposo, e portano notizie: “Siamo al primo round, terzo round, quinto round, stanno per concludere”. “Eh, no, ci vuole ancora molto”. E allora? Allora si commenta, si commentano le virtù della sposa, le qualità della famiglia, le virtù dello sposo. “Ma che bravo ragazzo”, è la storia di famiglia, e ce la si racconta su, e chi la racconta: “Ah, poi, a quel matrimonio. Al mio matrimonio…”, e giù comunicazioni e comunicazioni. La gente finalmente parla e celebra la vita.

E le damigelle aspettano. Le damigelle hanno un ruolo importante, perché il loro compito è di fare luce, perciò hanno tutte la lampada. Come si fa festa al buio? L’importanza di una festa si vede dalle lampade che si accendono, perché le lampade costano, l’olio costa, quindi un’illuminazione sfarzosa è un investimento di capitale. Quando si prevede che lo sposo arriverà? Hanno cominciato alle 10, e probabilmente prima delle 16 non hanno finito. E invece? Invece sono le 21 e lo sposo non arriva, sono le 22 e lo sposo non arriva. Caspita, ma ce la stanno veramente mettendo tutta, qua fanno le cose sul serio. Sono le 23 e lo sposo non arriva.

Come mai tutte e dieci le nostre damigelle prendono ciascuna una lampada? Come mai cinque di esse prendono anche dell’olio? Porse che non c’era più olio nelle lampade?

E quindi bisogna prepararsi, perché chi ci tiene veramente alla festa si preparerà, si metterà nelle condizioni per partecipare veramente alla festa. Perché una damigella senza lampada, al buio, che ci fa alla festa? Quindi, il problema è: “Cocca mia, tu ci tieni a partecipare alla festa?” “Eh, sì, ci tengo”. “Allora ti procuri la lampada”. “Certo, certo”. “E se lo sposo arriva di notte, allora dovrai organizzarti”.

Ecco il problema dell’ascolto: le damigelle sanno come vanno le cose, si devono prevenire. E la coscienza dice: premunisciti, perché, se le cose vanno per le lunghe e la festa è così seria come promette di essere, poi va a finire che l’olio l’hai consumato tutto. Una coscienza che ascolta si fa i conti e stabilisce con la realtà un rapporto sano e costruttivo. Una coscienza che non ascolta, pigra, indolente, che si lascia prendere da altri interessi, è dunque travolta dall’inerzia, diviene superficiale, non si fa i conti, stabilisce con la realtà un rapporto approssimativo. “Ah sì, ma l’olio basterà”. “Ma non sei sicura”. “Ma sì, vedrai, ma perché? Uuh, come sei previdente, come sei difficile”. “Ah, io l’olio me lo porto, la riserva non si sa mai. È una festa troppo importante per correre il rischio di restare fuori”. Scusa, ma che ci vuole a prendere un barattolino e a prendere un po’ d’olio di riserva! Che ci vuole? Cinque minuti! E questi cinque minuti non valgono per te infinitamente, immensamente di meno della partecipazione alla festa? “Eh, ma cosa vai a pensare”. “Ma tu ci tieni a partecipare alla festa?” “Certo che ci tengo a partecipare alla festa”. “E allora perché non ti metti nella situazione di parteciparvi davvero?” Da dove viene la stoltezza? È la stoltezza della superficialità, la pigrizia, ma dietro questa superficialità c’è la trascuratezza nell’ascolto, un rapporto sciatto con la realtà. “Ci tieni a partecipare alla festa?” “Sì, moltissimo”. “E allora ascolta, fatti i conti, tieni gli occhi aperti, e fai quello che è necessario fare per raggiungere lo scopo”. “Vedrai, andrà tutto bene”. “Vedremo se andrà tutto bene”. Ognuno si gioca le sue carte.

Cominciamo così il nostro nuovo itinerario. Nella mia vita c’è spazio/tempo per ascoltare? Il mio è un ascolto “saggio” o un ascolto “stolto”? Ci tornano subito in mente le parole di Gesù in Matteo 7,24-27. Da riprendere.

[1] Sicurezza sul lavoro, prevenzione infortuni, sorveglianza privata, vigilanza bancaria e finanziaria, vigilanza sull’informazione, sulla privacy, nel mondo della comunicazione, ecc…

 


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