Contemplazione della Passione del Signore secondo Matteo 27 (terza parte)
30 • 03 • 2025
Vangelo 6 – 3 Annunciamo la tua morte, Signore! Matteo 27, 32-44
Simone di Cirene
Mattina di venerdì 7 aprile dell’anno 30, settimana della Pasqua. I soldati romani devono portare al Golgota tre condannati a morte per crocifiggerli. Sono due malfattori da tempo in prigione, in attesa di esecuzione della sentenza, e uno processato e condannato nel cuore di quella notte: Gesù. È conciato per le feste. L’hanno flagellato. I soldati nel pretorio hanno infierito su di lui.
Ora questi tre condannati a morte si incontrano. Gesù prende il legno più pesante[1], nel corteo che si forma sta davanti a fare da scudo agli altri, non risponde agli insulti, accoglie, vuole bene, non maledice, prega, chiedendo perdono per quelli che lo maltrattano, non pensa a sé, ma si preoccupa per gli altri, per i due malfattori, per i soldati, per la sua gente, per tutti…
Usciti dal pretorio, l’incontro con la folla…: chi urla, chi piange, chi è esterrefatto…Gesù è malridotto. Ce la farà ad arrivare al Golgota? Quanto ci si metterà? Gesù non ha ferite mortali, ma viene quella terribile mattina: il processo davanti al governatore, le urla della folla (sia crocifisso!), la flagellazione, i colpi e il dileggio dei soldati… È molto provato e affaticato. Il percorso dal pretorio al Golgota per le vie di Gerusalemme è un tragitto difficile: la gente come reagirà al passaggio di Gesù?[2] C’è bisogno di far presto, i soldati sono impazienti di arrivare prima possibile al luogo del supplizio. Prima si fa, meglio è. È un corteo pericoloso: cosa succederà con questa gente? Bisogna crocifiggere Gesù prima possibile. Se si sparge la notizia della crocifissione di Gesù, chiunque giungerà al Golgota arriverà a cose fatte. È una faccenda di buon senso: i soldati, prima fanno, meglio è per loro (e per tutti).
Un tale, Simone di Cirene[3], di lui sappiamo ben poco, sta tornando dalla campagna. Entrando a Gerusalemme, si imbatte per caso nella folla che segue il corteo di tre condannati a morte. Si trova in mezzo alla gente e prova a rendersi conto di quello che sta succedendo. Intanto, il comandante dei soldati cerca con lo sguardo qualcuno che sostituisca il condannato nel portare il patibulum. “Vieni qua, porta tu il braccio della croce di questo qui”! Simone è costretto a forza[4] dai soldati, non si può sottrarre, non riesce a fare diversamente. Angariato. Incastrato. Se avesse saputo… mai e poi mai avrebbe preso quella strada per non avere a che fare con quel condannato, con i soldati, con la folla… Preso alla sprovvista, uno del popolo, un cittadino qualunque. Gli appioppano quel legno. È un legno insanguinato, Simone si sporca le mani, l’abito. Ripugnanza, a contatto con quel sangue e con quella costrizione. In mezzo al vociare di quella folla…
Imbarazzo, vergogna: la vergogna di essere associato a quei tre condannati a morte, nel bel mezzo del loro corteo verso il Golgota! Questo Gesù di cui porta il patibolo non sa chi sia, gli altri due, almeno di fama, sa chi sono, magari è contento della loro condanna a morte.
Con la morte nel cuore e pieno di rabbia e di maledizione, il corteo riparte. Una situazione repellente. Ma Gesù è accanto a lui. Gesù lo ringrazia, gli esprime tutta la sua gratitudine, lo abbraccia con lo sguardo. Malconcio com’è, non si occupa di sé, invece si prende cura di tutti, anche di lui, non maledice e non odia nessuno, tutti scusa e perdona, per tutti prega… Ma è sincero? Sta facendo sul serio? Perché è stato condannato? Che male può fare uno come lui?
Un passo dopo l’altro, arrivano al Golgota. Da un lato la rabbia e la vergogna di Simone, lo scherno e il disprezzo su Gesù, e dall’altra questo Gesù… Proprio questo Gesù l’ha attirato a sé con la forza silenziosa della sua accoglienza e della sua benevolenza: non c’era altro nel suo cuore! in quella situazione piena di inimicizia. L’unico che non si preoccupava di se stesso era proprio quello messo peggio di tutti: un povero cristo, quel Gesù. Infuriava il mors tua vita mea e lui: mors mea vita tua!!
Simone, giunto al Golgota, che fa? Al suo posto, che avrei fatto? Non avrei visto l’ora di scaricare quel legno, mollare Gesù, sottrarmi a quella situazione, recuperare un po’ di dignità, andare a lavarmi, riprendere la mia vita, dimenticare l’ora più brutta che mi è mai capitata…?
A quanto pare, però, Simone è rimasto. Potremmo intervistarlo, potremmo chiedergli come è andata sul Calvario… Cosa ha udito, cosa ha visto, cosa ha sperimentato, accanto a Gesù.
“Intervista” a Simone di Cirene[5]
- Perché sei rimasto? Fino a quando sei rimasto sul Golgota?
- Cosa ti ha detto Gesù, quando hai deposto il suo legno e lui è stato preso per essere inchiodato sul legno che hai portato al suo posto?
- Qual è la scoperta più viva in quel cammino con il legno della croce di Gesù?
- Quella croce che tu portavi, costretto dai Romani, giustamente la rifiutavi con tutte le tue forze e non vedevi l’ora di scaricarla su di Gesù… Lui ti ha capito? Cosa ti “ha detto” (con lo sguardo, con il suo modo di essere e di agire, con i suoi atteggiamenti, con qualche parola…)?
- Cosa hai provato ad essere associato all’ultimo povero cristo Gesù? Hai sentito che prima si arrivava e prima Gesù era crocifisso e moriva, sarebbe stata per te (e per tutti) una liberazione? Ti sei meravigliato di desiderare la morte di Gesù?
- Hai incontrato però la sua benevolenza, e anche di più: Gesù ti ha riconosciuto il diritto di protestare e di avercela a morte con quella vergogna e quella morte a cui sei stato costretto. In Gesù hai trovato appoggio e riconoscimento: non siamo fatti per la croce. L’hai sentito dalla tua parte proprio su questo. Ha sostenuto la tua ribellione alla morte che ti è stata appioppata con quel legno.
- Gesù, che pure ti ha sostenuto e ti ha invitato a buttare via quella morte, lui però non ha bestemmiato e non si è sottratto. Fu come se dicesse: tu scappa, fuggi, rifiuta questa morte, resto io a portare la mia e la tua. Perché qualcuno la deve portare. La questione va ben al di là di quel legno: è il senso stesso dell’esistenza.
- Allora… questo condannato a morte di nome Gesù non ha portato il patibolo: è stato messo addosso a te. Hai portato quel legno, ma è solo una scheggia di quella morte di ognuno, che Lui, Gesù, rimane lì a portare per ogni uomo, cioè tutto il nostro rifiuto della morte, la nostra battaglia contro la morte. Hai visto questo? Era lì per te, per me, per tutti…Forse hai cominciato a intuire che tu portavi un po’ del legno della sua croce, ma Lui era lì a “portare” te e tutti quanti?
- Davvero, in Gesù, Dio non ci abbandona alla nostra morte: è lì per farsene carico, lasciando a noi di rifiutare e di scappare?
- A quel punto, cosa è fiorito nel tuo cuore, Simone? Ammirazione, benedizione, lode, consolazione…: tu, Gesù, stai facendo questo per me…! Cosa ti sei detto? Porto volentieri un po’ di questo legno, visto che tu, Gesù, ti sei fatto carico di un peso così grande per me e per tutti…
- Quell’incontro maledetto si è trasformato? Cosa è diventato per te? Hai compreso qualcosa della buona notizia che è la morte di Gesù?
- L’hai raccontato e trasmesso ai tuoi figli, Alessandro e Rufo, a quanto pare… Erano conosciuti, i tuoi figli, nella comunità dell’evangelista Marco. Attraverso il tuo incontro con Gesù e la sua buona notizia, siete diventati discepoli di Gesù. È andata così?
[1] È il patibulum, la traversa orizzontale della croce che i condannati a morte dovevano portare fino al luogo della crocifissione. Gesù porta appesa al collo l’insegna con il motivo della sua condanna. Insieme ai 4 soldati, capeggiati da un centurione, c’è probabilmente un boia che porta gli attrezzi necessari per le tre crocifissioni di quel giorno: i chiodi, almeno 3 per ogni condannato, martelli, corde, forche per alzare il patibulum…
[2] A quell’ora le vie di Gerusalemme sono molto affollate. Gli abitanti e i pellegrini fanno gli ultimi acquisti prima della grande festa. Il tempio ribolle di attività: si immolano le migliaia di agnelli pasquali che andranno mangiati quella notte. Il passaggio dei tre condannati, in particolare di Gesù, cattura l’attenzione di tutta questa gente…
[3] È un ebreo originario di Cirene, città della Libia. Era emigrato con la sua famiglia a Gerusalemme, dove ora viveva.
[4] τοῦτον ἠγγάρευσαν ἵνα ἄρῃ τὸν σταυρὸν αὐτοῦ
[5] Proviamo a immedesimarci nella vicenda del Cireneo, ascoltando le sue e nostre risonanze.