Contemplazione della Passione del Signore secondo Matteo 27 (quarta parte)

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03 04 2025

Vangelo 6 – 4             Annunciamo la tua morte, Signore!            Matteo 27, 45-54

 

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

 

Gesù, inerme nella sua debolezza, forte solo della promessa del Padre, si era consegnato nelle mani dei nemici. Il processo notturno davanti al sinedrio, il processo davanti a Pilato, il vedersi negata da chiunque la giustizia a cui aveva diritto, l’umiliazione di essere scartato rispetto al figlio del Padre – Barabba, il grido della folla: sia crocifisso!, la violenza inutile della flagellazione, lo scherno dei soldati e dei due malviventi trascinati insieme con lui al patibolo, l’ostilità della gente lungo il percorso, l’assenza dei discepoli, le imprecazioni del Cireneo, la vergogna della crocifissione, l’indifferenza e dileggi dei passanti, l’angoscia per il dolore della madre, l’incognita per il futuro della comunità, il morso della solitudine e l’amarezza del rifiuto, ma soprattutto la sfida sferzante dei capi d’Israele ai piedi della croce…[1] Tutto rinnovava in lui dolorosamente lo strazio di quel morire inutile e ancora di più il ricordo della promessa ricevuta dal Padre e l’attesa del suo compimento. Quando, quando, Signore, manterrai quella promessa e renderai giustizia alla mia innocenza così calpestata? Quando?! Scorrevano nel cuore di Gesù tante parole, le molte invocazioni dei salmi del giusto sofferente: Salvami da chi mi perseguita e liberami; mio Dio, in te confido, che io non resti deluso; difendimi per la tua giustizia, fino a quando Signore starai a guardare? Libera la mia vita dalla loro violenza… Signore, tu hai visto, non tacere, da me non stare lontano. Destati, svegliati per il mio giudizio, per la mia causa, mio Dio e Signore! Tu sei il Dio della mia difesa: perché mi respingi? Contro di me parlano i miei nemici… E dicono: Dio lo ha abbandonato… O Dio, da meno stare lontano, Dio mio, vieni presto in mio aiuto, a te ho affidato la mia causa… Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato…: chi mi dichiarerà colpevole? Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza, rendimi giustizia… mi consumo nell’attesa della tua salvezza, spero sulla tua parola. Si consumano i miei occhi per la tua promessa, dicendo: quando mi darai conforto? Secondo il tuo amore, fammi vivere! Da questo saprò che tu mi vuoi bene, se non trionfa su di me il mio nemico…

Ma questa conferma da parte di Dio non arrivava, la solitudine e l’abbandono stringevano il cuore di Gesù. Eppure, il salmo 31 diceva: non mi hai consegnato nelle mani del nemico… Gesù si era consegnato per primo nell’orto degli ulivi, seguendo l’invito del Padre, ma da quel momento in poi la sua persona era stata travolta da continue consegne, fino alla croce: dov’era più la promessa non mi hai consegnato nelle mani del nemico?

Davvero una prova dura, oltre ogni possibile immaginazione. Soprattutto le parole di sfida e di scherno dei capi, sotto la croce, contro di lui, parole prese proprio dalla Bibbia: mettevano in discussione la sua personale relazione con il Padre.  Si rivolga al Signore, lui liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama… Dio lo ha abbandonato! Scherni e insulti che giravano il coltello nelle piaghe del suo cuore. Mettiamolo alla prova… Condanniamolo ad una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà![2]

Queste parole ricalcavano il silenzio e il mancato intervento di Dio, smentivano ciò che Gesù stesso aveva affermato della sua relazione con il Padre: Dio lo stava sconfessando, disconoscendo, rinnegando clamorosamente davanti agli uomini, proprio lui, il figlio? Il Padre taceva… Vergogna, dolore. La sua coscienza filiale di creatura umana, messa ora dall’evidenza con le spalle al muro, si era sentita tanto profondamente abbandonata da Dio da arrivare a gridare quelle parole: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido! Ancora una volta il salmo 22… Il silenzio e l’assenza del Padre avevano trasformato gli interrogativi dei nemici nei suoi stessi interrogativi. La frustrazione delle aspettative della sua umanità aveva sospinto la fiamma della speranza, che fino a quel momento l’aveva sostenuto, nella presa del dubbio e dell’angoscia, l’angoscia del suo sentirsi abbandonato dal Padre… Erano tutte illusioni? Si era sbagliato su tutto? Dov’è più per me l’amore del Padre che si era fatto garante della mia vita? Dov’è la sua promessa?

Nella contemplazione di Gesù sulla croce, siamo resi partecipi anche di quella che per lui fu l’ora culminante della prova: una terribile esperienza di scandalo, scandalo nei confronti di Dio a causa del suo silenzio, scandalo nei confronti di se stesso a causa della reazione del suo cuore all’ingiustizia subita, che sembrava spegnere in lui la speranza avuta fino a quel momento, scandalo nei confronti delle autorità che lo dileggiavano, perché con quel suo grido ammetteva apertamente l’abbandono che egli avvertiva da parte di Dio e ciò equivaleva a sconfessare pubblicamente se stesso dando loro ragione, scandalo nei confronti delle donne, dei discepoli, del popolo per il timore che la sua crisi lo sminuisse ai loro occhi… Tanti scandali, ma queste angosce e preoccupazioni non riuscirono a tappargli la bocca e impedirgli di essere se stesso fino in fondo. Così egli gridò, gridò a gran voce, al cielo e alla terra, senza vergogna, davanti a tutti, tutto il dolore e la povertà del suo sentirsi abbandonato[3]. Una volta abbandonato dal Padre, a Gesù cosa restava? Non restava proprio più nulla… Un’esperienza di povertà radicale! E Gesù cosa fece? L’umanità di Gesù decise di vivere ancora una volta e, nonostante tutto, questo momento decisivo sulla parola di Dio e rimise la sua attesa di giustizia, fino a quel momento frustrata, completamente al Padre.

Ma come e quando maturò in lui questa decisione? Gesù sperimentò, in quel momento decisivo, che la forza fedele dell’amore-dono lo aveva interiormente sostenuto più che mai. Con sua grande sorpresa, in quell’abisso di umana disperazione, che lo aveva inghiottito, si era sentito visitato, accolto, accompagnato ed amato, oltre ogni misura finallora a lui nota.

Questo era il segno che, proprio in quel momento, il Padre non lo aveva lasciato solo, anzi ora lui stesso lo riempiva del dono della sua presenza, facendogli gustare una pienezza traboccante, infinitamente superiore a quell’abisso di perdizione che aveva sperimentato. Una presenza forte solida e perciò fedele. Tanto fedele da mettere nel suo cuore la certezza che lì, accanto a lui, c’era un amore-dono al quale era possibile affidarsi totalmente. Gesù, proprio in quell’ora, sperimentò che l’amore-dono era accanto a lui, dentro di lui, pronto a morire per lui! Quell’amore-dono che Gesù aveva imparato a chiamare Abbà, Papà. In quei momenti terribili, perciò, l’amore del Padre aveva segnato il cuore di Gesù con il suo sigillo: non temere! non c’è niente che possa compromettere davvero la tua vita, sono disposto a morire per te, sono il tuo futuro, il tuo tutto, perciò non temere! Non dare autorità ad alcuna preoccupazione per te e alle angosce che assediano…Da fiducia a me! Abbandonati a me![4] 

L’amore-dono del Padre metteva nel cuore di Gesù la buona notizia e il soffio dello Spirito assecondava questa azione del Padre, confermando nel suo cuore che tutto ciò che il Padre gli suggeriva era verissimo e assolutamente degno di fiducia! Così aveva sentito la sua umanità radicalmente accolta custodita amata, gratuitamente, anzitutto in sé e per sé! Era lui, Gesù, il primo destinatario dell’amore-dono!

Alcuni decenni dopo, un discepolo di Gesù scrisse, anche per noi, bellissime parole, intuendo la profondità del suo cammino e della sua vicenda pasquale (Lettera agli Ebrei, 5):

7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono…

Gradualmente perfetto, sempre più perfetto nella conoscenza e nell’accoglienza dell’amore-dono, e perciò nella fiducia, nella speranza e nell’abbandono filiale all’amore-dono, fino alla maturità della propria coscienza di figlio, diventando causa di salvezza eterna per tutti coloro che si fidano di lui, Gesù!

Care amiche, cari amici, sono consapevole che abbiamo appena cominciato a contemplare nello Spirito la passione e morte del Signore (Mt 26-27). Spero abbiate trovato spazio e respiro per stare vicino a Gesù nel suo cammino “per crucem et passionem”. Lasciamoci condurre dallo Spirito dove desidera portarci nel vivere la Pasqua di Gesù. Sono sempre disponibile a condividere le risonanze di ciascuno, alla luce della Passione, e a trovarci insieme, con umiltà e gratitudine, ai piedi della Croce del Signore, per benedire e lodare l’amore-dono da cui viene a noi la vita!

 

 

E poi a chiederci, tristi, perché

S’era lasciato morire così

Senza colpire la mano dell’uomo

Che aveva avuto paura di Dio

 

Quando poi venne di nuovo tra noi

In quel momento soltanto con Lui

Noi comprendemmo che forza di Dio

È solo quella che dona la vita

[1] È il cammino narrato da Mt 27, che stiamo contemplando con le tracce di Vangelo 6. Utile metterle insieme per uno sguardo unitario.

[2] Leggi Sapienza 2

[3] Siamo invitati a confrontarci seriamente con l’esperienza di abbandono vissuta da Gesù.

Dice il profeta Isaia (43): [4]“Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. 2Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, 3poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore.4Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, … 5Non temere, perché io sono con te…


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