Una domenica nei raggi di S. Vittore

Una domenica nei raggi di S. Vittore
08 10 2014

Domenica 5 ottobre il Coro della nostra Comunità Pastorale ha vissuto un’esperienza molto particolare: si è recato presso il carcere di S. Vittore per animare le due Messe del mattino.
Possiamo percepire dagli scritti di alcuni cantori le emozioni che abbiamo vissuto. Io ho raccolto e rilancio l’invito del cappellano don Marco Recalcati a non dimenticare i carcerati, ma a pregare per loro e per le loro famiglie. (Giusy)

Una carcerata ne è convinta: “un giorno tutti (tutte, anche noi) saremo Benedetti dal Signore”. Lo ha ricordato il cappellano del carcere mentre predicava di fronte ad alcune recluse, costrette a vivere in 3 in sei metri quadrati, per saldare il proprio debito con la giustizia.
È successo a San Vittore domenica scorsa, in una delle due Sante Messe che la corale della Comunità Pastorale San Giovanni Paolo Secondo ha animato per i prigionieri, prima per gli uomini, nella Rotonda al centro dei Raggi, e poi per le donne, nella cappella del reparto femminile.
E il messaggio di speranza è arrivato al cuore (di tutti) e si è sciolto in commozione e pianto sulle note di Laudato sii o mi Signore. La più bella lode a Dio per la meraviglia del Creato, un canto forse difficile per chi può, per un periodo più o meno lungo, godere della luce del sole e delle bellezze della Natura, in modo limitato. Eppure qualcuno si è unito alle nostre voci.. Come si sono strette le mani durante la preghiera del Padre nostro nella cappella femminile… (Cristina)

– Nell'intensità dell'incontro mi hanno colpito i contrasti : il silenzio durante le funzioni e  il sordo sottofondo dei muri, le finestre con le inferriate e gli occhi  verso il sole del cortile,  la  pacata  umanità dei cappellani e la pena dei giorni sgranati in solitudine malgrado la forzata condivisione degli spazi , la memoria che si fa canto e  piega la voce. (Irene)

– È stata veramente un’esperienza intensa.
Quello che mi è rimasto più impresso all’interno del carcere è l’assoluta assenza di suoni provenienti dall’esterno, quasi a sottolineare ancora di più il distacco dal mondo esterno. Nel carcere maschile mi hanno impressionato la quantità di cancelli, porte e porticine;  prima e dopo la Messa, mi ha colpito come i detenuti dietro la sbarre, da un raggio all’altro, si salutavano e cercavano un breve contatto di sguardi, mentre i detenuti che hanno assistito alla Messa fuori dalle sbarre, a Messa terminata, si scambiavano frettolosamente anche una stretta di mano o un abbraccio, probabilmente aspettavano questo momento da tutta la settimana.
Mi è sembrato fortissimo anche il  bisogno di contatto e attenzione dei detenuti da parte delle persone che fanno volontariato in carcere e lo stesso cappellano ce lo ha confermato: una parola cordiale o un aiuto pratico sono essenziali per andare avanti, la solitudine e la lontananza degli affetti deve essere insostenibile.
Il carcere femminile mi è sembrato meno “freddo” e più “accogliente”, se così si può dire di un carcere: dall’ingresso abbiamo intravisto un piccolo ma  bellissimo giardino, come non ti aspetteresti di trovare in questo contesto, poi abbiamo salito alcune rampe di scale, quasi fossimo in un normale palazzo, ma poi improvvisamente ci siamo ricordati di essere in un carcere perché abbiamo attraversato il corridoio sul quale si aprono le porte delle celle e dal quale si raggiunge la cappella: qui non sono riuscita a non sbirciare  all’interno delle celle, incuriosita, ma anche un po’ a disagio e in colpa, perché mi è sembrato quasi di “violare”  la sofferenza e la dignità delle detenute: le stanze sono davvero piccolissime ma tenute in ordine, colorate, si vede il tocco femminile; in fondo al corridoio  siamo arrivati alla piccola e deliziosa cappella dove si è svolta la Messa, in un’atmosfera di partecipazione e raccoglimento.
Mi hanno colpito  le parole semplici e dirette che ci ha rivolto il cappellano nell’Omelia e la commozione di alcune detenute al termine della Messa.
E in assoluto mi ha colpito come tutti i detenuti, uomini e donne, durante le rispettive Messe, si sono rivolti verso la statua della  Madonna per recitare la preghiera dell’Ave Maria, in un gesto di semplice devozione.
Nel pomeriggio, riprendendo le mie attività e la mia vita frenetica, mi è venuto continuamente da riflettere sul valore inestimabile della libertà. (Giulia)

– Si apre la porta del carcere… rapido controllo, ritiro documenti e cellulari.  Poi le sbarre …  un corridoio lungo e sui lati  piccoli locali , sembra di essere nei film … locali in cui si identifica, in cui si interroga, celle di attesa……. Ci accomodiamo esattamente nel punto dove si incontrano i vari raggi del carcere.  tutto intorno sbarre. Ho la fortissima sensazione di essere in gabbia io e non tutte quelle persone che assistono da dietro i cancelloni. Tra loro ci sono tantissimi ragazzi e , come mamma non posso non pormi domande, di ogni genere ma soprattutto una: E se succedesse che anche il mio ragazzo……  ?  No, no, non può succedere ai miei ……. (Alessandra)

– Ringrazio veramente di cuore per la bella esperienza vissuta al carcere di S. Vittore. Mi sono rimasti impressi nel cuore due episodi che mi fanno riflettere, il primo nel raggio uomini. La visione dei tanti ragazzi con il volto smarrito, bisognosi di potersi confidare con qualcuno che li potesse aiutare sia nella preghiera sia nella via della riconciliazione, mi faceva pensare ad una richiesta d'aiuto e in quella situazione si percepisce veramente cosa è la libertà dell'uomo. La seconda nel raggio donne. Durante la celebrazione della S. Messa, ascoltando l’omelia del bravissimo giovane Don; omelia che ha preso penso il cuore di noi tutti, e in particolar modo di una carcerata seduta proprio sulla fila alla mia destra con il volto lacrimante durato poi per tutta la Messa.  Fuori dalla sua cella il suo sguardo mi ha colpito, le ho stretto la mano, salutandola l'ho incoraggiata e ha contraccambiato con un dolce sorriso asciugandosi ancora le lacrime. Tutto questo ci deve far riflettere che basta veramente poco per alleviare e rendere felici anche persone più sfortunate di noi con un sorriso e un canto. (Francesco)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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