Dialogo ebreo-cristiano: lentamente, ma è in movimento

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23 03 2015
(a cura di Mario)
Il dialogo ebraico-cristiano è iniziato ufficialmente cinquant’anni fa grazie alla dichiarazione Nostra Aetate a conclusione del Concilio Vaticano Secondo. Di fatto ha stentato a decollare e la strada da compiere è ancora lunga; molto lunga. 
 
Lunga perché il tema – e il problema – della necessità di un dialogo tra il cristianesimo e le sue radici che affondano nell’ebraismo tende a rimanere (o, meglio, finora è rimasto)  a livello di vertici, di intellettuali e di teologi, e non è ancora entrato nel pensiero comune dei fedeli, nelle parrocchie.
 
Detto in cinque righe, è questo il senso del dialogo tra il cardinale Francesco Coccopalmerio, canonista, collaboratore e ausiliario di Martini a Milano e presidente del pontificio Consiglio per i Testi legislativi e Rav Giuseppe Laras, rabbino capo onorario di Milano e presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia che si è svolto domenica pomeriggio presso la Comunità Pastorale Giovanni Paolo II, nel salone della Chiesa di Santa Maria Goretti a Milano.
 
 
Quasi trecento persone, due cori (quello ebraico Col Hakolot, la voce delle voci (foto qui sotto a sinistra) e quello cristiano della nostra Comunità Pastorale Giovanni Paolo II, immagine in basso e destra), don Giuliano parroco e responsabile della Comunità, un ulivo sotto il quale si sono seduti i due illustri ospiti. Una coreografia suggestiva e una curiosità palpitante da parte dei presenti (molti volti conosciuti in comunità ma anche molte facce nuove, segno che l’argomento tutto sommato incuriosisce e si fa facendo interessante.
 
Sul fatto che finora la necessità di aprire un dialogo tra due religioni che hanno la stessa radice – quella ebraica – e due diversi sviluppi sia rimasta a livello degli, chiamiamoli così, specialisti è stato riconosciuto da entrambi gli ospiti. Tuttavia è stata sottolineata dal card. Coccopalmerio la grande importanza della Nostra Aetate che oggi sarebbe in un certo senso superata ma che che è servita a dare il necessario impulso perché il meccanismo del dialogo si mettesse in movimento. Rav Laras ha aggiunto che nel 1965 (l’anno della pubblicazione del documento) il problema del dialogo non era sentito, almeno dal cuore delle persone, e che per fargli muovere i primi passi è stata necessaria la mossa a sorpresa di papa Giovanni Paolo II quando, nel 1980, è entrato nella Sinagoga di Roma tra le proteste di alcuni ambienti cattolici. La dichiarazione di papa Woytila “chi è antisemita non è un buon cristiano” – ho sottolineato il rabbino – è stata formidabile e devastante in senso positivo. 
 
La situazione oggi? È in movimento ma l’argomento fatica ancora a entrare nelle discussioni in parrocchia. Tuttavia qualche passo, hanno notato gli ospiti, lo si avverte: ci sono parroci – come don Giuliano – che si muovono in chiave ecumenica per favorire l’avvicinamento tra le religioni e il loro sforzo è premiato dal successo di occasioni di incontro come quello di domenica. E ci sono studiosi che tale processo sostengono con passione, come don Bettega che due giorni prima aveva incontrato sempre la nostra comunità ai Vespri dei venerdì di quaresima ricordandoci i punti in comune tra l’ebraismo e il cristianesimo.
 
Se il popolo ebraico non fosse stato demonizzato nel corso dei secoli – ricorda il rabbino – forse il nazismo non si sarebbe affermato così violentemente e le stragi e l’olocausto del popolo ebreo non avrebbero potuto contare su un clima quasi di tacita comprensione se non di aperta approvazione. E settant’anni sono troppo pochi per lenire tanto dolore.
 
Resta tuttavia la convinzione che il processo sta prendendo l’abbrivio giusto grazie alla testimonianza di pastori come il cardinale Carlo Maria Martini che ha dedicato parte della sua vita all’avvicinamento di ebrei e cristiani, tanto che – alla sua morte – per ringraziarlo dell’amore e dell’aiuto dato al suo popolo Rav Laras ha portato terra di Israele per coprire la sua tomba e il cardinale Coccopalmerio si è fatto promotore – sostenuto dalla comunità ebraica – di creare una foresta sulle colline di Tiberiade intitolata a Martini stesso. 
 
E proprio domenica tra i partecipanti all’incontro è stata raccolta una somma per impiantare altri alberi e rendere la foresta più maestosa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
 
 
 
 
 

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