Il tempo del disastro è anche
il tempo in cui s’impara a vivere

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11 07 2020

Con il salmo 77, che leggeremo nelle Messe di domani, domenica 12 luglio, siamo nel terzo libretto del Salterio che contiene i salmi che vanno da 73 fino a 89.

Ed è proprio la storia del popolo di Dio che si configura come rivelazione di quell’iniziativa del Dio vivente che riconduce gli uomini – esuli dalla vita – li riconduce alla pienezza della vita, alla sorgente della vita, al «giardino della vita». La storia della salvezza è la storia di questa conversione alla vita, e dunque il salmo 77 che nella tradizione ebraica ci rimanda in maniera programmatica alla condizione di esuli in questo mondo.

Una meditazione di molto impegno sapienziale, fino a divenire un canto a cui possiamo senz’altro attribuire l’aggettivo di «contemplativo».

 

SALMO  77

La mia voce verso Dio: io grido aiuto!
La mia voce verso Dio, perché mi ascolti.
Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore,
nella notte le mie mani sono tese e non si stancano;
l’anima mia rifiuta di calmarsi.

Tu trattieni dal sonno i miei occhi,
sono turbato e incapace di parlare.
È forse cessato per sempre il suo amore,
è finita la sua promessa per sempre?

Può Dio aver dimenticato la pietà,
aver chiuso nell’ira la sua misericordia?

Ricordo i prodigi del Signore,
sì, ricordo le tue meraviglie di un tempo.
Vado considerando le tue opere,
medito tutte le tue prodezze.

 

Guardando la composizione del libro dei salmi, siamo a metà non il il 75, idealmente. Sono invece il salmo 77, il salmo 78, il salmo 79, il perno a cui ruota il Salterio. È il crinale che separa i due versanti di un itinerario…

Sant’Agostino: «Questo salmo è cantato dal transiliens. Da colui che non domanda a Dio nient’altro che lui stesso, che ama Dio gratuitamente».

Dice Ruperto: «Questo salmo è cantato dal transiliens – vedete che riprende alla lettera l’espressione di Sant’Agostino? – e cioè da colui che oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutta la sua volontà e la sua retta intenzione».

Oscilla tra il timore e la speranza. Ora perde il coraggio per il timore, ora supera il suo stesso cedimento con una speranza buona e si trova consolato».

Dividiamo il salmo in due sezioni.

La prima sezione fino al v. 13 – dal v. 2 al v. 13. È una meditazione attenta, paziente, meditativa sulla sua situazione presente, che è il presente dell’esilio. È il presente della condizione umana, ed è il presente così come lui lo sta rievocando e ricostruendo e descrivendo.

La seconda sezione del salmo – dal v. 14 – trasforma la meditazione in una contemplazione.

Prima parte (quella pregata nella liturgia domenicale). Lo sentiamo affannato, lo sentiamo stanco, lo sentiamo deluso. Gli manca il fiato – «nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore» – dichiara espressamente.

È come se avesse a che fare con il silenzio perché questo grido che lancia verso l’interlocutore per eccellenza di quello che già è stato il cammino della sua vita, ossia Dio, ritorna a lui come se mancasse la risposta. E lui continua a sospirare anche se il grido perde sonorità. Può essere un grido muto, un urlo silenzioso.

In questa condizione il nostro orante sta rimuginando tra sé e sé tutte quelle che erano le aspettative, gli slanci, i fervori, le aspirazioni della sua vita, tutto quello che ha considerato essere proprio il valore costitutivo della sua vocazione alla vita ed ecco, adesso è in esilio, adesso deve fare i conti con i ritardi, le deviazioni, i fenomeni di dispersione, di fallimento, addirittura di regressione, di fallimento! Ed ecco: “ripenso a questo passato”.

A questa attribuzione a se stesso di quella centralità che vale come unità di misura, come criterio di valore, come principio di valutazione nel discernimento del tempo trascorso e del tempo presente. Il presente è per lui il tempo della sconsolata delusione perché porta in sé le conseguenze di quel passato che lui sta ricordando, ma secondo criteri che sono quelli che lui stesso si è imposto, di cui lui stesso fa uso in nome di un criterio di valore che coincide con la sua stessa presunzione di essere protagonista, di essere soggetto protagonista della sua vocazione alla vita.

Ma la strada del Signore è esattamente il suo modo di presentarsi, di visitare, di essere presente, di essere operoso, là dove la nostra vicenda umana è pesante, è inquinata, deviata, schiacciata sotto i segni della prepotenza e dell’ingiustizia, della cattiveria e del fallimento umano, ma è storia visitata da lui. Ed è storia che prende allora il significato di una vera e propria liberazione nel senso che allora il tempo del disastro è anche il tempo in cui s’impara a vivere. Non è semplicemente il tempo in cui la vocazione alla vita è tradita e siamo in esilio dalla vita. Ma è esattamente il tempo in cui il passaggio del Signore attua a nostro vantaggio una pedagogia meravigliosa che ci ridà fiato, che ci ridà il gusto di vivere, che ci ridà proprio il senso del valore della nostra vocazione alla vita.

Ma proprio i fallimenti sono resi docili al servizio di quella parola creatrice per cui tutto di noi, ormai, appartiene al Dio vivente. Tutto di noi! Vedete? Il fallimento che il nostro amico orante andava registrando, che era il motivo della sua desolazione cupa e inconsolabile, quel fallimento non è la dimostrazione di un’esistenza che ha smarrito la strada, ma è proprio attraverso quel fallimento che la strada si apre.

Quella condizione fallimentare che egli registra non è il segno di una sconfitta irreparabile, ma è esattamente il luogo e il tempo della rivelazione pastorale di Colui che apre la strada attraverso il mare e lascia orme invisibili.

                                                                       (commento di Pino Stancari)


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