Da vicino
nessuno è normale

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nessuno è normale
09 10 2017

(di Emanuele Cisbani)
Vorrei raccontare alla comunità questa gita in montagna ad Esino Lario (leggi QUI), ma mi rendo conto che non è facile. Prima di tutto perché non riesco a collegarla ad altre esperienze condivise da tutti: è qualcosa di speciale. Ma anche perché mi accorgo di dover prima rimuovere degli ostacoli naturali, fatti di luoghi comuni e “belle parole” che ci consentono di parlare più facilmente delle cose speciali, relegandole nel loro angolo di “anormalità”.

Ecco, mi accorgo subito che devo affrontare il tema della normalità. Infatti una delle cose più importanti che ho toccato con mano in questi due giorni trascorsi a Esino, è che esiste un modo molto diffuso per evitare l’incontro con chi è diverso da noi in qualche aspetto essenziale dell’identità (lingua, cultura, colore della pelle, abilità). Basta cedere alla categoria della normalità che domina le nostre menti, affidarsi ingenuamente a un metro con cui prendere misure, e subito compare una linea di demarcazione tra noi e loro, dove “loro” sono un po’ meno di “noi”, in quel dato aspetto: meno italiani, meno europei, meno bianchi, meno abili.

Ho scoperto ad esempio, parlando con una educatrice, che la lingua dei non udenti dagli anni sessanta in gran parte del mondo viene progressivamente considerata la lingua madre dei sordi, con la stessa dignità di tutte le altre lingue. Invece in Italia siamo fermi alla Conferenza internazionale di Milano del 1880, dove si dichiarò che l’educazione orale fosse superiore all’educazione manuale e passò una risoluzione che proibì l’uso della lingua dei segni nelle scuole. Il risultato è che secondo il senso comune oggi la sordità non è considerata una diversità ma una malattia: cioè uno scostamento misurabile dalla normalità, un inconfutabile dato oggettivo, e la lingua dei sordi ancora oggi non si può insegnare nelle scuole.

Dunque voglio provare a raccontare come in questi due giorni ho capito ancora meglio (non solo a parole) quanto sia importante l’esperienza di Oikos per la nostra comunità. Perché un conto è parlare di inclusione, e ben altra cosa è vivere l’esperienza dell’inclusione, farsi toccare dentro, sentirsi trasformati. Bisogna cambiare il modo di guardare l’altro da sé, la persona diversa da me che mi sta di fronte. E non è per niente facile.

Ho vissuto qualche mese fa questa esperienza anche nei confronti della malattia di un familiare. Sembra così difficile medicare una ferita, affondare il proprio sguardo e le mani nel corpo dell’altro. Eppure ho provato che è sufficiente superare questa iniziale riluttanza, per lasciar accadere qualcosa dentro di me: quello che sembrava impossibile diventa normale, perché diviene una cosa quotidiana e inizia ad appartenerti. Succede in realtà qualcosa di molto profondo: ti si apre il cuore.

Forse quello che ho sto imparando dai due giorni trascorsi a Esino è proprio il senso della carità. Non il significato per la lingua comune, che è il gesto materiale ed esteriore dell’elemosina, importante certamente, ma che tocca solo chi la riceve. La carità ora inizia ad apparirmi come una trasformazione interiore di chi dona! Si impara quel diverso modo di guardare il diverso, che diventa meno lontano, meno incomprensibile.

Quando si dice “da vicino nessuno è normale”, è proprio perché a un tratto diventa importante essere prossimi all’altro, chiunque egli sia, e si smette di cercare solo propri simili. “Normalità” smette di essere una qualità da cercare nell’altro. Subentra la carità.

Ecco, è questo il senso della Caritas cristiana, quell’amore di cui parla Paolo di Tarso nella prima lettera ai Corinzi, usando la parola greca àgape, che non è solo amicizia (in greco philos) né solo attrazione passionale (eros), ma che è trasporto, sentimento, cuore che si apre, come tra fratelli o tra genitori e figli, quel sentirsi parte di una sola famiglia.

Nella barriera sociale che tiene rigidamente separate, nelle nostre menti, le persone “normali” da quelle “meno normali”, la palazzina solidale del consorzio Oikos è una ferita, anche perché qualcuno la considera tale, ma si rivela anche essere una feritoia: un varco, una breccia importante.

Mi piacerebbe tuttavia trasmettere che questa breccia non è a senso unico. Non si tratta solamente di dare la possibilità a migranti o a persone con disabilità, di vivere integrati nel “nostro” territorio. Si tratta di imparare da loro che il nostro cuore indurito dalla quotidianità, dai pregiudizi e dall’egoismo può aprirsi alla riscoperta del senso vero, autentico, di cosa significa essere cristiani.


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