Nessuna app del cellulare
è come la voce di mamma e papà

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è come la voce di mamma e papà
14 07 2017

Accanto al servizio alla demenza digitale, il numero dell’Osservatore Vaticano dello scorso 11 luglio riporta anche uno stralcio da «Genitori digitali. Crescere i propri figli nell’era di internet» (Bologna, il Mulino, 2017, pagine 207, euro 14). Eccolo qui:

di Barbara Volpi

L’interferenza dei dispositivi digitali nella crescita del bambino, indirizzata principalmente alla formazione e all’acquisizione delle varie competenze nella sfera cognitiva, senso-motoria, sociale, relazionale, può non solo distrarlo, ma anche alterare i suoi circuiti cerebrali. La ricerca ha, infatti, dimostrato che il tapping sullo screen e l’essere assorbito in una stimolazione visiva eccessiva delle immagini digitali alterano lo sviluppo dei circuiti cerebrali del bambino (Greenfield 2016), soprattutto nell’area della focalizzazione dell’attenzione. L’internet addiction disorder (Iad), patologia derivante da un’esposizione compulsiva ed eccessiva ai media digitali, mostra aspetti di comorbidità con il disturbo da deficit dell’attenzione e dell’iperattività (Adhd o Ddai). Così come espresso da Kuhl, l’esposizione mediatica stimola il bambino visivamente, ma non lo supporta nello sviluppo del linguaggio, influenzandone invece l’apprendimento.

Il linguaggio viene appreso parlando, cantando, narrando fiabe, mediante la lettura e attraverso molte altre esperienze condivise tra genitori e figli. I bambini che sono curiosi per natura guardano ogni movimento e ascoltano tutti i suoni e i rumori di fondo intorno a loro (attenzione quindi alla confusione multimediale!).

Si può facilmente rilevare nel corso delle osservazioni quotidiane quanto il bambino sia un uditore attento e partecipe dei segnali comunicativi offerti dai genitori. Questi ultimi ricambiano l’attenzione mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda del bambino, utilizzando una speciale variante del linguaggio progettato per investire i bambini nei modelli sonori e nei suoni del linguaggio della loro lingua madre: il motherese.

Questa modalità espressiva del linguaggio aiuta i neonati ad ascoltare i lineamenti armonici del suono. Tale processo di apprendimento, che avviene in modo del tutto naturale tra madre e figlio, è difficile per i bambini che presentano problemi di elaborazione, come accade nella dislessia e nei deficit uditivi.

I bambini, quindi, imparano a parlare grazie alla risonanza empatica delle interazioni umane, e non da programmi video, audio, o app ingegnose e accattivanti che invece, a discapito dell’entusiasmo digitale di alcuni genitori, possono minare la sua capacità di apprendimento.

Come ci ricorda la neuroscienziata Wolf (2007), il monito della scienza, che metaforicamente ella chiama suggestivamente «il principio della nonna», è riassunto nella seguente indicazione pragmatica: «Se volete che il bambino parli, dovete parlargli voi». La linea educativa al linguaggio presuppone, nella nostra attenzione all’educazione reale prima ancora che “digitale”, un’attenzione focalizzata alla lettura condivisa tra genitore e bambino, nella considerazione generale che non c’è comunicazione interattiva che possa competere con la voce diretta di mamma e papà.


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