La questione femminile
nella Chiesa e nelle Chiese

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nella Chiesa e nelle Chiese
20 04 2017

(a cura di Giovanna Pizzi Cominetti)
Voglio prima di tutto ringraziare don Giuliano per aver colto l’importanza della questione femminile nella Chiesa e nelle “Chiese” così come esorta papa Francesco nel suo invito alla Chiesa di chiarire il ruolo della donna finora esclusa dai suoi processi decisionali e dalla predicazione nella celebrazione eucaristica. È cogliere il segno dei tempi.

Il tema mi ha toccato ed interessato perché la mia età mi ha permesso di vivere e percorrere il processo di emancipazione femminile fin dai momenti esasperati del femminismo a quelli più ragionati della complementarietà. Ora, direi finalmente, si sta prendendo coscienza del valore della reciprocità: cioè quello di considerare il femminile e il maschile come due soggetti umani che hanno uguale dignità e completezza di identità che confrontandosi nella relazione raggiungono l’interezza.

Prendere coscienza non è sempre realizzare; e passi per raggiungere l’obiettivo ce ne sono ancora tanti da fare. In questi Vespri solo le donne sono state invitate: l’ebrea, l’ortodossa rumena, la battista, la cattolica.

Le loro conversazioni con noi hanno tratto spunto da passi biblici. L’ebrea ha scelto l’ultimo passo del Libro dei Proverbi dove è definito il modello della donna perfetta. L’ortodossa rumena ha scelto san Paolo (Romani) e il primo capitolo della Genesi. La cristiana Battista: la risurrezione di Lazzaro e l’unzione con il balsamo nella casa di Lazzaro da parte di Maria. La cattolica il brano del Secondo Libro dei Re dove è dato molto rilievo e importanza alla profetessa Culda (poi dimenticata tanto da divenire sconosciuta).

Un filo rosso che passa attraverso queste testimonianze: la rilevanza di queste figure anche nell’ambito pubblico tanto da rappresentare un modello di presenza della donna nella sua globalità e quindi in tutti i suoi ruoli in contrasto con l’effettivo, se pur importantissimo, ma sempre circoscritto e parziale, ruolo di “regina” o “sacerdotessa” nell’ambito domestico e quindi privato. Allora la figura della profetessa Culda, tanto importante da essere consultata dal re o la donna perfetta dei Proverbi, che si prende cura dei famigliari, ma anche degli affari che producono ricchezza a beneficio del marito e dei figli, tanto da rappresentare per alcuni esegeti biblici un’icona della Sapienza, possono essere dimenticate o solo parzialmente “utilizzate”. Marta, nell’episodio della Resurrezione di Lazzaro, testimonia il cammino di fede del discepolo (dalla Marta che rimprovera Maria a quella che crede nella Risurrezione dell’ultimo giorno) e Maria che con la sua sensibilità profetica, presagisce, con sensibilità tutta femminile, che questo suo gesto ha un contenuto estremo perché poi ci sarà la morte dell’amato. Le parole di Gesù che seguono riconosceranno il valore del gesto che precorre la sua unzione funebre e la tenerezza dell’atto e quindi anche la capacità di capire la sua parola e di seguirla. Queste figure sono discepole a tutti gli effetti e in nessun Vangelo, Gesù fa distinzioni di genere nel discepolato.

La storia ha consegnato alla donna il compito della testimonianza evangelica della cura e della carità. Anche Maria è stata vista più come Madre di Dio e testimone silenziosa e meditante, piuttosto che come donna libera e consapevole che ha detto quel sì che ci ha salvati.

La strada per riconoscere la possibilità di un diaconato femminile non sarà facile perché dovrà fare i conti anche con sovrastrutture ideologiche “laiche”. Ne porto solo un esempio che può avere un valore indicativo, se pur relativo. Parlando di questo argomento con una persona aperta e riformista mi è stato detto che la Chiesa dovrebbe prima riammettere i preti sposati perché questo le permetterebbe di evitare, per la carenza dei presbiteri, di ricorrere a sostituti “femminili”. Non ha cambiato l’idea del ripiego, anche quando si è fatto notare che, al di là magari di giustissime ragioni umane, per questi ex-preti c’era da sanare comunque la rottura di un patto liberamente scelto, mentre le donne non hanno mancato a nessuna promessa e quindi il diaconato femminile sarebbe un riconoscimento e non una convenienza.

È difficile cambiare le strutture, ma ancora di più le sovrastrutture mentali di tutti noi: che lo Spirito Santo ci illumini.


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